La cattiva abitudine di chiedere i danni per le proprie colpe
In punta di spillo

Pubblicato il

17 Aprile 2026

La cattiva abitudine di chiedere i danni per le proprie colpe

In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani

In California, un tribunale locale ha condannato Google e Meta, proprietari di Facebook e Instagram, a rifondere tre milioni di dollari a una giovane ventenne, G.M. Kaley, finita in depressione con gravi ricadute fisiche, a seguito di una forma di dipendenza dai social. Una patologia dovuta all’ossessione dello scroll, che è l’atto banalissimo di far scorrere i brevi filmati pubblicati da queste aziende. Come ha ricordato l’interessata, già a sei anni era prigioniera di Facebook. Si risvegliava spinta dall’impulso a guardare il cellulare, arrivando ad alzarsi di notte per controllare le novità. In quella casa dove verrebbe da pensare che la bambina vivesse da sola, in balia della sua solitudine, Kaley cominciò a non sentirsi bene, a vedersi brutta osservando la bellezza delle star che sfilavano davanti ai suoi occhi. Da qui l’istinto a tagliarsi le braccia, a ferirsi in maniera punitiva, in un calvario che non sembrava avere fine. E i genitori? Dov’erano? È la prima domanda che ci viene spontanea. E la scuola? Questa è la seconda. E qualche medico esperto? E i servizi sociali? Fosse almeno vissuta nel bosco dalle nostre parti, di sicuro qualcuno l’avrebbe notata e messa in salvo.

Si sa che la storia non si fa con i “se” e allora l’unica certezza rimangono i tre milioni di dollari che Facebook e Instagram dovranno risarcirle come riparazione del danno fatto. Non sarà la soluzione del problema, ma almeno la sventurata non avrà l’ansia delle bollette da pagare per il resto dei suoi giorni. Non so come andrà a finire, nella guerra tra avvocati, ma gli interrogativi rimangono a prescindere. La vicenda mi ricorda una certa tendenza che sta venendo avanti da trent’anni a questa parte. Erano gli anni ‘90 quando Stella Liebeck fece causa a McDonald’s, ottenendo un rimborso di 2,7 milioni dollari. Era successo che l’azienda aveva introdotto l’orrenda abitudine, largamente praticata in America, di fermare i clienti con l’auto davanti al bancone, ordinare il prodotto da consumare e ritirarlo senza scendere dal mezzo. La scaltra vegliarda abituata a fare cinque cose in contemporanea, non aveva realizzato che non si può guidare, suonare il clacson, mangiare, rispondere al cellulare e bere il caffè. Finì che si rovesciò addosso la bollente bevanda. Da qui il danno e la richiesta del risarcimento, che le fu concesso.

Ma siamo ancora negli anni ‘90 quando i malati di tumore da fumo cominciarono a far causa ai produttori di sigarette. Mi venne in mente mio padre, già passato a miglior vita, e all’opportunità che ci stavamo perdendo, pensando a quale opportunità si presentava visto che nessuno gli aveva mai detto che era pericoloso fumare le Alfa senza filtro. Sta di fatto che, improvvisamente, da parte dei produttori di sigarette fu una gara per correre ai ripari. Sui pacchetti si iniziò a pubblicare immagini da galleria degli orrori. Fiorì anche l’ironia di qualche buontempone, come quella del fumatore che, uscito dal tabaccaio, lesse sbalordito la scritta del pacchetto che aveva tra le mani: “Il fumo nuoce gravemente alla vita sessuale”. Con lo scatto di un Usain Bolt si fiondò all’interno per chiedere se poteva cambiare il suo pacchetto con uno che facesse venire il cancro. Una storia, quella dei risarcimenti, andata avanti fino al 2024 quando i produttori di sigarette hanno pagato 24 miliardi di dollari per mettere fine ai contenziosi.

Oltre l’ironia, il caso americano porta a interrogarci sul rapporto tra libertà e responsabilità individuali. Incolpare i social dei disastri che si manifestano nelle persone è la terribile ipocrisia di una società che vieta di porre limiti, senza garantire protezione o porre regole e condizioni a tutela delle persone. È senza dimenticare che punire i social non esonera genitori ed educatori dal fare la loro parte, senza incolpare altri dei propri fallimenti.

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