L’uomo è schiavo di ciò che lo domina: la gola /2
Etica della vita, una rubrica a cura di Gabriele Semprebon
Il fatto di rinunciare o di sapere attendere a gustare qualcosa, permette di costruirsi una disciplina, consente di esercitare la propria libertà sulle passioni, su ciò che ci spinge e, essendo questo molto difficile, dobbiamo essere consapevoli di affrontare una sfida immane alla quale più concediamo, più questa ci sfida.
Dobbiamo allora educare il nostro rapporto con ciò che entra dentro di noi e che ci fa piacere o ci offre quella sensazione di benessere che ci aiuta a superare e a sopportare il distress. L’essere presenti a sé stessi e sapere quando cominciare e quando finire, cosa mangiare o bere e cosa rifiutare, veniva chiamato dai padri della Chiesa temperanza.
La virtù della temperanza si esercita in diverse circostanze: riguardo al cibo, all’alcol, al fumo, ai soldi, al possesso dei corpi eccetera. Questa virtù condizionerà la nostra libertà ma proprio attraverso questo perimetro noi possiamo vivere la misura delle cose. La modalità temperante offre all’uomo la sua vera dignità altrimenti si diventa schiavi di sé stessi. “Sia che mangiate sia che beviate… fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10,21).
È proprio la descrizione di quell’essere presente a sé stessi che dà uno start e uno stop. Solo se si diventa temperanti si riesce a gestire il buon uso delle cose. Quando un cristiano prega prima del pasto, non solo riconosce il dono che gli è posto davanti ma anche il valore del cibo, che non deve essere motivo di eccesso o di danno ma ragione di nutrimento e di equilibrio.
Questo equilibrio viene manifestato, per esempio, nel digiuno: anche se ho necessità di mangiare, posso aspettare di farlo, e quel tempo prezioso di cui mi servo per cibarmi, può diventare tempo prezioso per gli altri, per Dio nella preghiera o per gli altri nella carità. Il digiuno non è fine a sé stesso ma è un mezzo utile anche spiritualmente per farci capire come si deve vivere nella mancanza. L’equilibrio porta alla comunione: dalla gastrimargia, detta così dai Padri, che dà l’idea della consumazione ingorda, all’Eucarestia che, al contrario, ci insegna la comunione. Chi si abbuffa pensa per sé, chi fa comunione pensa agli altri.
Anche il peccato originale ha a che fare con il mangiare, l’introdurre qualcosa dentro di noi, simbolicamente oggetto di consumazione, e non luogo di comunione: il peccato è l’uso e l’abuso, il consumo e l’ostentazione mentre la virtù è la comunione, con Dio e con i fratelli.




