Uno
In punta di spillo
Pubblicato il Giugno 12, 2026

Uno spazio di infinito pensato da un uomo innamorato dell’infinito

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

Quando nel 1878 il giovane Antoni Gaudì presentò il progetto della sua tesi, la commissione giudicante non ebbe dubbi: “oggi abbiamo laureato o un genio, o un pazzo”. Mercoledì scorso papa Leone XIV a Barcellona ha benedetto la torre dedicata a Gesù Cristo, la più alta tra le guglie della Sagrada Familia. Gaudì ne aveva prevista anche l’altezza, 172 metri. Cinque in meno della collina che sta a Nord della città, “perché l’uomo non può sfidare Dio facendo opere più grandi delle sue”. La Chiesa sta ultimando l’iter per la canonizzazione di questo singolare uomo di Dio, morto nel 1926.

Da quindici anni, come un monaco, passava tutta la vita dentro la cattedrale che stava realizzando. Usciva ogni giorno, ma solo per andare dal suo padre spirituale nell’oratorio di San Filippo Neri, santo che ammirava per la gioiosità del suo essere cristiano. Per il resto viveva nello stile austero di un monaco, accanto ad architetti, operai e maestranze varie, chiamati tutti indistintamente discepoli, a prova che la liturgia del vissuto e del lavoro in comune, agli occhi di Dio, anticipa sempre quella dei riti.

Da tempo aveva chiesto al Signore una grazia particolare, quella di morire povero tra i poveri. Quando il 7 giugno del 1926 finì sotto ad un tram, nessuno riconobbe in quei panni lisi il grande architetto. Lo portarono all’ospedale della Santa Croce, dove mettevano i nullatenenti. Lo misero nel letto numero 19, il numero di San Giuseppe, sotto la cui protezione era nato il progetto della grande cattedrale. La città, da subito sembrò non accorgersi del fatto. Da tempo lui aveva interrotto la frequentazione degli ambienti che contano, quelli dal portafoglio facile, ma spesso dal cuore indisponibile. E questi avevano ricambiato la sua assenza con la più cattiva delle vendette, quella dell’indifferenza.

In realtà, Antoni Gaudì aveva voluto che l’opera di Dio che stava portando a compimento, senza fretta, perché Dio non ha l’orologio, crescesse solo con la generosità che sapeva di espiazione. Bisognava che ogni offerta avesse il profumo del sacrificio, era solito ripetere, come l’obolo della vedova. Rimane famoso l’episodio del ricchissimo borghese che lo invitò a casa sua, staccandogli un assegno da togliere il respiro. Sono troppi, si schernì Gaudì. A me non costa niente, fu la risposta. Con un gesto che ebbe il valore di una sberla, il giovane architetto strappò il pezzo di carta sotto gli occhi del basito donatore. Dio non sa che farsene di regali che non costano nulla, fu il commento lapidario.

È impossibile descrivere la profondità del mistero che si sprigiona accostando la figura di questo uomo di Dio, come in una stratificazione simbolica dove ogni evento rimanda a qualcosa di più profondo. Aveva 31 anni quando gli fu dato l’incarico di portare a compimento la Sagrada Familia. Neppure lui sapeva cosa davvero sarebbe diventata, perché la struttura, destinata a diventare il luogo in cui la Chiesa dei credenti celebra il mistero, è in realtà uno spazio aperto all’infinito, cioè alla speranza senza limiti. La cattedrale nasceva in uno spazio di abbandono, tra poveri, immigrati, baracche e movimenti anarchici e violenti. Cosa sia diventato quello spazio è sotto gli occhi di tutti. Un luogo dell’infinito, voluto da un “pazzo” che Dio aveva riempito di infinito.

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