Fili che parlano
Note da una visita alla Biennale di Venezia 61ª Esposizione Internazionale d'Arte · Venezia, giugno 2026
di Carlo Bellini
Venezia, giugno. Fuori dalle Corderie dell’Arsenale il caldo è già estivo, ma dentro l’aria è diversa — più densa, più lenta. La biennale di quest’anno è densa di materiali di ogni tipo, ceramiche splendenti, terrecotte, dipinti più classici ma soprattutto tanti tessuti. Si sente che tante mani hanno lavorato per creare questa arte. Grande assente l’Intelligenza Artificiale. Da qualche decennio l’arte dei tessuti è uscita dal recinto delle arti minori per entrare nel novero delle arti di prima grandezza. Angela Vettese afferma che “A questo punto quattro bolle di sapone gigantesche o un po’ di stracci ricamati possono avere molto da raccontare, basta porre loro delle domande e aspettare che ci rispondano.” (Angela Vettese, A cosa serve l’arte contemporanea. Rammendi e bolle di sapone, Umberto Allemandi, 2001, p. 96).
La curatrice era Koyo Kouoh — camerunense-svizzera, prima donna africana a guidare la Biennale nei suoi 131 anni di storia. È scomparsa nell’aprile 2025, pochi mesi dopo la nomina. La mostra che aveva concepito, intitolata In Minor Keys, è stata portata a termine dal suo team e porta ancora pienamente la sua firma. Il titolo non è una dichiarazione di modestia: in musica, la tonalità minore non è minore per importanza. Porta un peso diverso, chiede di più all’ascoltatore. Così Kouoh chiedeva di rallentare, di prestare attenzione a ciò che vive ai margini, di non scambiare lo spettacolo per la sostanza.
Rallentare: un invito spirituale. Chi visita questa Biennale scopre presto che il rallentamento non è una scelta estetica ma quasi un’esigenza morale. Il tessuto impone i suoi tempi: non si può fare in fretta un ordito. E la mostra lo sa. Ci sono divani e sedute sparse tra le opere — non complementi d’arredo, ma inviti espliciti a fermarsi, respirare, guardare ancora. In qualche padiglione si tolgono le scarpe prima di entrare. In altri, il profumo di oud o di erbe pervade lo spazio come un’atmosfera liturgica.
Pensando a tutto questo, è difficile non richiamare Simone Weil. In un saggio del 1942 scriveva che l’attenzione vera non è sforzo né concentrazione, ma svuotamento: “l’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e penetrabile all’oggetto”. È una forma di kenosis cognitiva — il soggetto si ritira perché la realtà possa manifestarsi. Questa Biennale sembra chiedere esattamente questo: non l’interpretazione rapida, ma la disponibilità a essere attraversati.
Il suono come trama. C’è un luogo della Biennale dove il tessuto diventa invisibile pur restando ovunque: il Giardino dei Carmelitani Scalzi, sede del Padiglione della Santa Sede. Qui non si vedono opere nel senso tradizionale, ma si indossano le cuffie e si ascolta. Il Soundwalk Collective ha costruito uno strumento che ascolta il giardino in tempo reale — il respiro delle piante, il vento, il legno, il suolo — e lo trasforma in composizione sonora. Ventiquattro voci diverse, da Patti Smith alle monache benedettine di Eibingen, non giustappongono i loro contributi: li intrecciano. È una trama sonora che rimanda a Ildegarda di Bingen, la mistica medievale per cui la viriditas — la forza verdeggiante che attraversa ogni creatura — non è una sostanza statica ma una linfa continua, un ordito che lega il sacramento al quotidiano senza confondere i piani dell’essere. Pazienza e ascolto: due nomi dello stesso atto.
Il filo che non si spezza. C’è infine un’opera che non appartiene ai padiglioni ufficiali ma che sarebbe un errore non nominare. A Palazzo Mora, nell’ambito di un evento collaterale, il Palestine Museum US espone cento pannelli di tatreez — il ricamo a punto croce palestinese. Ogni pannello ritrae un’immagine del genocidio in corso a Gaza, realizzata con circa 55.000 punti a croce: 5,5 milioni di punti in totale, opera di oltre 60 donne palestinesi nei campi profughi del Libano, in Giordania, in Cisgiordania. Alcune hanno perso familiari mentre ricamavano. Il tatreez è da sempre codice identitario — ogni villaggio, ogni famiglia aveva i propri motivi. Sotto l’occupazione è diventato atto politico: portare un abito ricamato è affermare un’identità che si vuole cancellare. Qui quella stessa tradizione documenta la cancellazione stessa. Non c’è retorica che tenga davanti a questi pannelli. Si sta in silenzio.
Una terza via. Uscendo dalla Biennale si porta con sé una sensazione inattesa: non il peso del dolore, non la leggerezza dell’intrattenimento, ma qualcosa di intermedio e più prezioso. L’arte qui non si mette in ginocchio davanti al male del mondo, non lo esibisce per colpire. Lo attraversa. E in questo attraversamento, senza rinunciare né alla complessità né alla bellezza, trova una via che non è denuncia né consolazione — è qualcosa di più simile alla speranza.
Forse è quello che sa fare, da sempre, chi tesse.




