Costruire ponti per la via del perdono
Chiesa

Pubblicato il

5 Settembre 2026

Costruire ponti per la via del perdono

Al Meeting di Rimini la testimonianza del Patriarca di Gerusalemme cardinal Pizzaballa

di Daniele Rocchi

In Terra Santa la guerra continua a scavare solchi profondi, ma la ferita più pericolosa rischia di essere quella che attraversa le coscienze. È una riflessione, richiamata anche nella sua Lettera pastorale, “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia” dello scorso aprile, e che accompagna da mesi il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa . Al Meeting di Rimini è diventata una lettura lucida del presente e del futuro della regione. Una riflessione che non nasconde la gravità della situazione, ma che individua nella responsabilità delle persone, delle comunità e delle istituzioni religiose il primo passo per uscire dalla spirale della violenza.

Bene comune

“In Medio Oriente si è perso il senso del bene comune”, afferma il patriarca. “Sembra che ciò che guida la vita politica sia semplicemente ciò che conviene alla propria parte”. Una deriva che non riguarda soltanto la politica istituzionale ma la società intera. Per questo, osserva, sarebbe un errore affidare tutta la responsabilità ai governanti. “La politica non è soltanto l’azione di chi governa. È anche la qualità delle relazioni che esistono all’interno delle comunità, della società civile. Per questo non possiamo delegare tutto alla politica”.

Incapaci di costruire ponti

Da Gerusalemme, città nella quale convivono sofferenze, paure e diffidenze crescenti, Pizzaballa osserva una realtà nella quale le istituzioni appaiono spesso incapaci di costruire ponti. “Vediamo una debolezza evidente delle istituzioni locali e internazionali e una difficoltà sempre maggiore a lavorare davvero per il bene comune”. Eppure, aggiunge, fermarsi a questa lettura significherebbe perdere di vista una parte importante della realtà. “Non è vero che va tutto a rotoli. Dentro le società israeliana e palestinese ci sono ancora tantissime persone che continuano a impegnarsi, che mantengono viva la capacità di incontro e di responsabilità. È questo che mi fa sperare”.

Un ricordo

Tra gli episodi che più hanno segnato gli ultimi mesi del patriarca c’è l’incontro con circa 600 studenti dell’Università Al-Azhar di Gaza. Giovani che avevano cercato di ricostruire ciò che restava dell’ateneo per poter continuare gli studi. “Mi aspettavo domande politiche e invece mi hanno chiesto della fede, delle relazioni, della vita”. Il momento più significativo è arrivato “quando ho parlato del rifiuto della violenza come elemento essenziale dell’identità cristiana. Non avevo nemmeno finito la frase che si sono alzati tutti in piedi ad applaudire. Erano ragazzi che avevano perso la casa, che avevano avuto morti in famiglia e che volevano dire una cosa molto semplice: basta con la violenza”. È in esperienze come questa che Pizzaballa continua a intravedere segni di futuro. “Quando pensiamo a Gaza pensiamo soprattutto alla distruzione. Ma c’è anche tanta vita. C’è una generazione che continua a desiderare di vivere, di studiare, di costruire. Finché esistono persone così, esiste una ragione per sperare”.

Dialogo interreligioso

Anche il dialogo interreligioso può avere un ruolo decisivo, purché non resti un esercizio formale. “Io non amo l’espressione dialogo tra le religioni. Le religioni sono un concetto astratto. A dialogare sono i credenti”. Per questo insiste sulla necessità di partire da “identità solide e non impaurite. Se l’altro mi spaventa, probabilmente temo che possa portarmi via qualcosa. Ma una persona riconciliata con la propria identità non ha nulla da perdere e molto da donare”. Dopo il 7 ottobre e la guerra di Gaza, aggiunge, il dialogo non può limitarsi ai grandi tavoli istituzionali. “Non possiamo fare finta che nulla sia accaduto. Ci sono ferite profonde con cui dobbiamo fare i conti. Per questo servono luoghi nei quali le comunità possano incontrarsi davvero, sul territorio, nella vita concreta”.

Perdono, processo lento ma necessario

Infine, il perdono. Un tema inevitabile in una terra segnata da lutti, traumi e violenze. Pizzaballa distingue tra la dimensione personale e quella comunitaria. “A livello personale il perdono può non avere tempo. Ci sono persone che sono riuscite a perdonare persino il proprio aggressore”. A livello sociale, però, i percorsi sono più lunghi. “Una comunità deve comprendere ciò che è accaduto, elaborarlo, guarire le proprie ferite. Solo allora può maturare un autentico cammino di perdono”. Un processo lento ma necessario. Perché senza una guarigione della memoria e delle ferite, conclude il patriarca, non esiste una vera riconciliazione. E senza riconciliazione la Terra Santa continuerà a restare prigioniera delle proprie paure. “Le porte devono restare aperte. Sempre. Soltanto così potrà nascere una pace che non sia semplice assenza di guerra, ma riconoscimento reciproco dell’umanità dell’altro”.

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