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4 Settembre 2026Della cultura Woke ci stiamo accorgendo solo ora dei danni
Siamo ad una festa di compleanno. Sono i 18 anni di Silvia che, per l’occasione, ha invitato la famiglia allargata. Familiari, zii, zie, cugini vari… Sono arrivati tutti con qualcosa in mano. Chi con un fiore, chi con qualcosa di più importante. Silvia, con la disinvoltura di una perfetta padrona di casa, dispone il tutto sul tavolo. Poi, prima di scartare i regali, spalanca i suoi grandi occhi azzurri puntandoli sui presenti. C’è attesa ed imbarazzo nello stesso tempo. Cosa avrà di tanto importante da comunicare? Oltre ad ogni possibile previsione, Silvia afferma in tono perentorio: da oggi io sono Niccolò e con questo nome voglio essere chiamato. Questo è l’unico vero regalo che mi aspetto da tutti voi.
Quello che state leggendo è accaduto in una famiglia di amici, lo scorso mese di agosto. Nessun segno premonitore che facesse pensare a problemi di identità sessuale e soprattutto nessuna intenzione di procedere con interventi per modificare la propria condizione fisica. Ai genitori basiti si limiterà a dire che a lei basta essere padrona della propria libertà e la libertà le consente di ribellarsi a ciò che la natura pensava di aver deciso per la sua vita. La libertà, aggiunge, come l’identità sessuale sta tutta nella testa.
Racconto questa vicenda nei giorni in cui una parlamentare americana di Sinistra, Alexandria Ocasio Cortez definisce la cultura Woke una realtà crazy, cioè folle. Woke, che vuol dire “sveglia!”, è un movimento culturale nato nel secolo scorso negli Stati Uniti per aiutare le persone a rivendicare i propri diritti, soprattutto contro il patriarcato, inteso come supremazia del maschio sulla donna. Ben presto, però, la storia aveva preso una piega incontrollabile. Basta col suprematismo culturale degli europei. Omero, Cicerone, Dante… dovevano essere mandati al macero. Basta col suprematismo dei conquistatori bianchi. E allora via le statue di Cristoforo Colombo, di Marco Polo, di Amerigo Vespucci. Ma era soprattutto nella sfera affettiva che si consumavano le maggiori follie. Basta padre e madre, ma genitore 1 e genitore 2. Basta gli aggettivi al maschile o al femminile. D’ora in avanti si doveva dire bell, attent, grass, intelligent… Ben presto la cultura Woke si era intrufolata anche nella Chiesa, non solo a battersi sul matrimonio delle coppie gay, ma arrivando a interrogarsi su quanti secondi doveva essere la loro benedizione.
Non ci vuole molto a capire che questo modo di pensare aveva cessato ben presto d’essere una corrente di pensiero pluralista, per trasformarsi in una “religione”, come l’ha definita Giuseppe Conte, segretario dei 5 Stelle. Probabilmente qualcosa di più pericoloso di una religione, ma una sorta di razzismo alla rovescia, che ha diviso il mondo tra bianchi e neri, buoni e cattivi. Ed eri cattivo se dicevi che la famiglia è fatta da un uomo e una donna, che un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma. Eri xenofobo se dicevi che gli immigrati devono lavorare e accettare le leggi del luogo, islamofobo se dicevi che l’Islam deve rivedere la sua cultura sulle donne… Ora qualcuno, tra gli stessi politici che l’hanno assecondata, ha osato lanciare il sasso nello stagno, anche se tornare indietro non sarà facile, benché utile. Basti pensare che su questi equivoci cercano la loro fortuna personaggi come Trump e, a casa nostra, un certo Vannacci. Mentre per contenerli basterebbe un confronto sereno e il buon senso della ragionevolezza.




