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23 Ottobre 2026La “cabina del vento”, oltre il silenzio della perdita
Il lutto, la memoria e il filo che ci lega a chi non c’è più. Maccioni: “La cabina del vento aiuta a recuperare la nostra umanità”
di Maria Silvia Cabri
Ci sono legami che la morte non riesce a recidere. Presenze silenziose che continuano a camminare dentro di noi, e quel “filo invisibile” che vorremmo poter comporre ancora una volta, per un ultimo saluto, un grazie non detto o un disperato “mi manchi”. A raccogliere questo struggente e universale bisogno di continuità è “Le cabine del vento. Parlare a chi non c’è più” (San Paolo Edizioni), il libro di Riccardo Maccioni, giornalista e storica firma di Avvenire.
Incentrato sull’installazione di Capannoli, in Toscana, che richiama quella giapponese, dove le persone sollevano la cornetta di un telefono muto per affidare al vento le parole destinate a chi non c’è più, il volume di Maccioni non è solo un viaggio dentro la geografia del dolore. È un’indagine tenera e coraggiosa sulle pieghe più nascoste della fragilità umana, un antidoto alla solitudine e una riflessione profonda che tocca le corde della fede, della memoria e della vita che continua a battere, nonostante tutto.
Riccardo, il suo libro parla di lutto, ma è soprattutto “un inno alla vita”. In una società che ci vuole sempre efficienti e rimuove la morte, in che modo una cornetta muta riesce a rimettere al centro il valore della fragilità umana?
Il telefono del vento è un luogo in cui le persone cercano di andare in profondità dentro se stesse per tirare fuori il dolore, la rabbia, la solitudine che magari altrove non riescono a esprimere.




