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30 Ottobre 2026Riscoprire la domenica come occasione di rinascita ed esperienza di fraternità
In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani
Qualche tempo fa, durante un’omelia, mi sono lasciato andare ad una provocazione. Non si accosti più a ricevere l’Eucaristia – dicevo – chi, mosso dall’abitudine, non ha più alcuna motivazione per mettersi in cammino. Al contrario, si accosti a ricevere l’Ostia, chi sente il desiderio di vedere Gesù e stare con Lui per lasciarsi trasformare, nonostante avverta il peso della propria miseria. In mente mi frullava l’episodio accaduto a Gerico, quando il capo degli esattori delle tasse era salito sul sicomoro per vedere passare Gesù. Basso di statura, probabilmente pingue per via del buon tenore di vita, ricco e odiato dalla gente per la sua inclinazione al malaffare, aveva rischiato il ridicolo intrufolandosi tra i rami come un merlo qualunque. Gesù, però, dopo averlo visto, era entrato a casa sua, facendo diventare la casa di quel peccatore lo spazio in cui si portava a compimento la rinascita di un uomo.
Forti di questa convinzione ci domandiamo: e quand’è che passa oggi tra le nostre strade il Gesù che passava a Gerico? C’è una risposta che primeggia su tutte. Gesù ci dà appuntamento nel dies dominicus , il giorno che gli appartiene, che è suo, non solo perché ne ricorda la risurrezione, ma perché costituisce l’occasione della nostra rinascita, la premessa della nostra risurrezione. In definitiva, qualcosa da cui dipende il destino nostro e quello del mondo. Lo avevano capito perfettamente i cristiani dei primi secoli, prima che la frequenza alla Messa diventasse un obbligo.
Era il 304, nel pieno della persecuzione di Diocleziano, quando alcuni ufficiali dell’imperatore scoprirono e arrestarono 50 cristiani intenti a celebrare l’Eucaristia. Prima di ammazzarli, al padrone di casa, Emerito che ospitava la liturgia, chiesero a bruciapelo: «Perché li hai fatti entrare?». «Perché sono miei fratelli» fu la risposta. «Tu non dovevi lasciarli entrare» controbatté il proconsole. «Li ho fatti entrare perché senza il giorno del Signore noi non possiamo vivere».
In queste due affilate affermazioni si nasconde il senso della domenica. Da una parte il gusto di ritrovarsi tra persone che, superando l’individualismo diffuso, scoprono la bellezza del mettersi insieme come una famiglia. Dall’altra, la percezione che solo la forza dello Spirito di Dio, promesso da Gesù, può tornare a dare al mondo l’energia necessaria per tirarsi fuori dalla palude della violenza e dell’odio nei quali si sta avvitando il mondo.
Ecco allora una seconda provocazione, da non prendere alla lettera ovviamente, ma solo come suggestione. Fate guerra alle Messe sbiadite, senza colore e senza calore. Le Messe ingessate dentro un ritualismo stanco e ripetitivo, con il prete unico protagonista, intento a ripetere gesti imparati, mentre il pensiero sembra correre altrove. Oppure liturgie dove il celebrante si prende la scena, trasformandosi in una specie di showman, dentro un varietà televisivo.
Meno Messe e più Messa si diceva un tempo. Uno slogan, se volete, ma quanto basta per interrogarsi tutti insieme, laici e preti, su come trasformare il nostro incontro domenicale in un evento unico, percepito come la patria della nostra fede o, se preferite, la nostra casa dove si torna per stare insieme, perché a casa si sta bene.




