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29 Ottobre 2026Francesco d’Assisi e la preghiera dei suoi frati: l’Ufficio della Passione
Un componimento opera del Santo di Assisi per i suoi frati in aggiunta all’Ufficio canonico
di Brunetto Salvarani
Tommaso da Celano, nella sua Legenda Sanctae Clarae virginis (1255), scrive a proposito di santa Chiara: “Imparò l’Ufficio della croce, come lo aveva composto l’amante della croce, Francesco, e spesso lo recitò con altrettanto affetto” (n.20). È opinione tradizionale e consolidata che il primo biografo francescano si riferisca qui all’Ufficio della Passione del Signore, composto appunto dal Povero di Assisi probabilmente attorno al 1224.
Non si tratta solo, si badi, di un’espressione trasparente della sua devozione privata, ma piuttosto di un Ufficio facoltativo steso per i suoi frati, come aggiunta all’Ufficio romano canonico. Ecco perché vi si semplifica radicalmente la struttura di quest’ultimo (fra l’altro, è eliminato il Proprio dei santi e ridotto al minimo il Proprio del tempo); ed ecco perché, verosimilmente, questa era la preghiera quotidiana dei primi compagni di Francesco ad Assisi, quando ancora non disponevano di breviari, che rimarrà anche in seguito il loro punto di riferimento accanto al breviario stesso (come pure quello di Chiara e delle sue consorelle, come dicevo).
Il testo è suddiviso in cinque parti, secondo l’indicazione delle rispettive rubriche: per il triduo dalla compieta del giovedì santo al mattutino della domenica di Pasqua, con varianti per alcune feste; per il tempo pasquale; per le domeniche; per l’Avvento, il tempo con cui ha inizio nell’Ufficio romano l’anno liturgico; per la festa di Natale e i giorni successivi, fino all’Epifania. In tutto si tratta di quindici Salmi, tredici dei quali lette-ralmente reinventati dall’autore intrecciando non solo parole del Salterio, ma altri passi biblici e tratti dalla liturgia; in due soli casi, l’VIII e il XIII, egli sceglie di trascrivere semplicemente i Salmi 69 (vv. 2-6) e 12 (vv. 1-6).
Si discute sui motivi di questo componimento. Da una parte, la sensazione è che Francesco abbia deciso di omettere, del testo biblico, quanto ripugna allo spirito evangelico, eliminando dai Salmi i non rari versetti imprecatori e le manifestazioni d’odio verso i nemici d’Israele. Questa, tuttavia, sarebbe solo una spiegazione parziale: il futuro santo, con ogni probabilità, ha fatto ricorso alla preghiera del Primo Testamento per affermare il nuovo messaggio contenuto nei vangeli, dall’idea del Dio trinitario alla scelta del Figlio di affrontare, da giusto innocente, la morte infamante di croce. La maggioranza dei Salmi, qui, vede come destinatario della preghiera il “sanctissimus Pater meus”, e come soggetto orante Cristo stesso, mentre appare significativamente espunto ogni accento doloristico della meditazione della Passione, ripercorsa semmai dal di dentro, attraversando la gamma dei sentimenti del Figlio nel suo rivolgersi al Padre.
Notevole, poi, la decisione di incorniciare tutti i Salmi dell’Ufficio con l’antifona Sancta Maria virgo, che presenta molte somiglianze con un’antifona dell’Officium parvum utilizzato nella liturgia monastica di Fonte Avellana e composto probabilmente da san Pier Damiani (che vi trascorse, come monaco prima e poi come priore, gli anni dal 1035 al 1057): “Maria virgo, non est tibi similis nata in mundo in mulieribus, florens ut rosa, olens sicut lilium: ora pro nobis apud tuum Filium”. Certo, l’autore rielabora questo materiale in maniera personale, evidenziando una comprensione più teologica della figura di Maria, fino a tralasciare il parallelo floreale e a mettere in evidenza piuttosto il rapporto di Maria con le tre persone della Trinità.
Nel complesso, l’Ufficio della Passione del Signore – di cui qui, essendo abbastanza lungo, si riportano solo le preghiere per il tempo d’Avvento e per il Natale – rappresenta una straordinaria testimonianza del metodo di approccio scritturistico di Francesco, in linea con la meditatio patristica e monastica. Si tratta di un esercizio di lettura e ripetizione – anche ad alta voce – delle parole bibliche, fino ad apprenderle a memoria, con il coinvolgimento dell’intera persona: il corpo, perché la bocca pronunziava il testo; la memoria che lo riteneva; l’intelligenza che si sforzava di penetrarne il significato; la volontà che si proponeva di metterlo in atto nella vita pratica (i padri della Chiesa parlavano anche di masticare la Parola, in riferimento alla ruminatio della Scrittura, il ritornare sul testo, richiamarne le frasi, ritrovare il tema centrale e imprimerlo profondamente nel cuore). D’altra parte, nel pensiero di Francesco “tutto può essere antico (…), ma tutto è nuovo: amalgamato, fuso, redatto in formule nuove” (E. Franceschini).




