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Editoriali, Il Settimanale, Rubriche
Pubblicato il Aprile 22, 2021
Editoriale

È tempo di “rigeneratori”

Il lavoro che verrà dopo la pandemia. I giovani e la speranza

di Giovanni Arletti

 

 

Fin da ragazzo avevo un sogno: mettere in piedi un’azienda, diventare imprenditore. In che modo e con quali valori? E’ stata sufficiente una prima esperienza di lavoro come dipendente in una piccola fabbrica metalmeccanica per capire che il mio obiettivo sarebbe stato prima di tutto assicurare dignità morale ed economica agli uomini e alle donne che avrebbero lavorato insieme a me.

Provengo da una famiglia dove non mancava nulla ma c’era solo lo stretto necessario, così ho iniziato presto a la- vorare ma ho capito che per crescere avrei dovuto acquisire cultura, mi sono diplomato alle scuole serali, seguito corsi e master…insomma è tutta la vita che studio e metto in pratica, passando da operaio, impiegato, dirigente e ora CEO di un importante gruppo.

L’impatto della pandemia ci ha costretto ad assumere nel linguaggio corrente termini prima sconosciuti o riservati agli esperti come lockdown, smartworking, telelavoro, e-commerce, didattica a distanza…In questo contesto imprevisto che si è presentato nel marzo 2020, in azienda ci siamo subito attivati per continuare a lavorare come il nostro codice Ateco prevedeva applicando tutti i protocolli di sicurezza indicati dalla normativa e parlato con i dipendenti rassicurandoli che nessuno sarebbe stato licenziato e avremmo utilizzato tutte le possibilità per ridurre al minimo l’impatto sulle retribuzioni, avremmo pagato tutti i fornitori puntualmente e anticipato se necessario la cassa integrazione in modo che loro famiglie non risentissero della situazione di crisi.

Di quel periodo del primo lockdown conserviamo, io e mia moglie, il ricordo dell’appuntamento mattutino con la messa di Papa Francesco, l’energia e la forza che derivavano da quello spazio di ascolto e di adorazione e che si traducevano in un atteggiamento positivo e costruttivo anche se intorno crescevano preoccupazione e sofferenze per il diffondersi dell’epidemia. Scrivemmo una lettera al Papa per ringraziarlo e per raccontare le scelte dell’azienda in questo periodo. Con grande sorpresa e stupore ricevemmo la sua telefonata, un dialogo bellissimo e una carica incredibile, proprio un anno fa il 17 aprile.

Sono convinto che il 2020 non sia da considerare un anno sprecato ma un anno di passaggio, c’è una bella espressione di Eraclito che ben si addice a leggere questo tempo: “mentre le cose si riposano il mondo si rigenera”. Sì è vero siamo nel momento della rigenerazione dell’essere umano, atteso da una rinascita spirituale, morale, religiosa, etica ed anche economica. Il 2021 è l’anno del riequilibrio, non del recupero, ci vorrà un po’ di tempo, forse due anni, ma ci risolleveremo con coraggio, progettando adesso il tempo che verrà, questa non è come la crisi del 2009 dove fallivano le banche, le risorse ci saranno e dovremo aiutarci a vicenda. Pensiamo ai momenti difficili che abbiamo attraversato e superato, noi come azienda e tutto il nostro territorio, prima il sisma del 2012, poi l’alluvione nel 2014.

Per affrontare le sfide del prossimo futuro abbiamo bisogno di persone illuminate da una visione diversa della società e dell’economia, capaci di sostituire la paura con la speranza, perché stiamo entrando nell’era della speranza. Servono persone che alimentano la mente con lo studio e, come ha insegnato la regola di San Benedetto, l’anima con la preghiera e il lavoro. Persone con uno sguardo grato e rispettoso del dono del creato. Persone che cercano di mettere in pratica un nuovo modello di economia secondo il modello dell’Economia di Comunione proposto da Chiara Lubich agli inizi degli anni ’90, un’intuizione da cui ho cercato di trarre la mia idea di capitalismo umanistico.

I nostri giovani hanno davanti un futuro meraviglioso, saranno loro i custodi dell’umanità, potranno vivere dove riterranno di riconoscere la loro patria, avranno il mondo intero come scelta libera se sapranno vedere nelle grandi migrazioni delle opportunità, piuttosto che un pericolo. Per questa fiducia che ripongo nei giovani mi permetto di proporre loro tre impegni: governare l’umanità come veri custodi, crescere nell’unità di mente e anima, non voltare mai le spalle alla povertà. Infine apriamo il confronto tra generazioni sul momento in cui viviamo, su come guardiamo al mondo che verrà e che cosa possiamo fare insieme. E’ il tempo della speranza e della rigenerazione che ci chiama ad essere operosi. Buon lavoro.

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