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Il Settimanale, In punta di spillo, Rubriche
Pubblicato il Ottobre 6, 2021

La vicenda di uno sportivo trasformatosi per infermità in campione dell’anima

 

Diceva Nelson Mandela che un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso. Se mai potessi scolpire queste parole le scriverei sul luogo dove d’ora in poi riposeranno i resti mortali di Andrea Conti. Era la fine degli anni ’80. Andrea sembrava un vincitore nato, senza bisogno di far ricorso ai sogni. Bello, intelligente, una bellissima voce, un carattere forte e socievole. Soprattutto, dalla sua, c’era quella predisposizione allo sport, che lo accreditava come una stella di prima grandezza nel panorama dell’atletica. Indicato come l’erede di Gelindo Bordin, si guardava a lui come la prossima grande promessa nelle competizioni internazionali.

Un futuro pieno di sogni, infranti in un pomeriggio assolato d’estate, quando in una curva finì col motorino contro un’auto. La diagnosi non consentì margini di speranza e, così, Andrea si trovò a diciotto anni prigioniero di una sedia a rotelle. Cominciò da allora la nostra amicizia, che forse sarebbe più proprio chiamare una conversazione di anime e fu, da allora, che Andrea tornò a vincere con altre modalità. Partecipò ad un viaggio a Lourdes. Come i più, anche lui portò ai piedi della grotta la speranza in qualche cosa di impossibile agli uomini. Ma fece ritorno, non con il miracolo di gambe risanate, ma con uno interiore forse ancora più grande. Dio mi era padre prima, lo sarà a doppia ragione ora, mi disse.

L’importante che io faccia del bene anche dall’altare della mia malattia. Preso il diploma, si iscrisse a un corso di canto per andare nei luoghi di sofferenza a portare speranza. Si dedicò alla poesia. Era soprattutto un modo per lasciarci spiare nella ricchezza del suo animo. Lui, sempre sorridente e sobrio di parole nel raccontarsi, ci lasciò intravvedere quale ricchezza di sentimenti e di fede nascondeva l’atleta interiore che si portava dentro.

Girò le scuole in lungo e in largo per insegnare la sicurezza stradale. I pericoli sono sempre lì, dietro la curva. Lui ne sapeva qualcosa e sentiva come un dovere morale fare in modo che altri non pagassero un prezzo così alto. Il vitalismo e la positività di Andrea furono notati un bel giorno da una dolcissima ragazza. Con quella che

alcuni avrebbero potuto chiamare giovanile incoscienza, se lo portò all’altare. Fu uno dei matrimoni più intensi cui la Provvidenza mi abbia concesso di presiedere. Nell’aria era come se girasse la colonna sonora di un film, dove alla dolcezza del contesto, si sentivano nitide soltanto le parole con cui si definiva l’amore: stima, desiderio, servizio e responsabilità. La nascita di una tenera creatura, di lì a qualche tempo, completò la bellezza di quel nido.

Se è vero che famiglia, lavoro, impegno sociale occupavano le sue giornate, è altrettanto vero che lo sportivo che si portava dentro bussava forte per farsi strada. Fu la tecnica ad aprirgli la porta, grazie ad una handbike che lo portò a gareggiare lungo la Penisola. Campione d’Italia nel 2015, 2016 e 2019. Questa domenica 3 ottobre avrebbe dovuto correre ad Assisi l’ultima tappa, che avrebbe potuto consacrarlo nuovamente campione. Un’auto che gli ha tagliato la strada qualche giorno prima della gara lo ha portato ai traguardi dell’eternità. Aveva 51 anni.

Mi hanno chiesto cosa ci insegna la storia di Andrea. Ad una società dove contano l’integrità fisica, l’estetica e l’esteriorità, lui ha risposto con la forza dell’interiorità, della coscienza e dell’anima. La storia di Andrea non è stata una vicenda triste della vita. La sua è stata una profezia, a servizio di un disegno più grande di lui. Un onore per la Chiesa e per chi l’ha conosciuto, con una certezza incrollabile. Quella che il suo nome è scritto in Cielo nell’elenco dei Beati.

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