L’immigrazione di disperati domanda soluzioni vere e non solo demagogia elettorale
In punta di spillo, Rubriche

Pubblicato il

31 Agosto 2022

L’immigrazione di disperati domanda soluzioni vere e non solo demagogia elettorale

 

Se non fosse per una campagna elettorale, dove il veleno della polemica viene usato anche a colazione, probabilmente non sentiremo parlare più di tanto degli sbarchi in Sicilia. Che pure sono diventati un problema serio, anzi, serissimo. Lampedusa, Pantelleria, Marettimo, Favignana, Levanzo, ma anche la Sardegna e la Calabria, solo per fare qualche nome, assistono ogni giorno ad una litania inarrestabile di arrivi. Anche cinquanta sbarchi al giorno da gestire dentro spazi e mezzi diventati sempre più inadeguati a fronteggiare la situazione. Se l’Italia patisce, l’Europa se ne frega, dimostrando che, più che una comunità di Stati, uniti da una comune visione culturale, siamo davanti soltanto ad una combriccola di affari.

In questi giorni i partiti, in vista della volata elettorale, stanno battendo a tappeto la Sicilia. Si dice che la regione, insieme alle altre limitrofe del Sud, sia diventata il granaio dei voti. Vuoi perché la gente lì si aspetta risposte ai problemi reali che si trova ad affrontare, vuoi perché tende ad avere un fiuto particolare per capire quale sarà il carro del vincitore su cui salire. E così a fronte di una Sinistra buonista, che va a prestito delle parole del Papa per darsi un’anima che non sempre le appartiene, fa eco una Destra sovranista, che propone il blocco navale, per fermare alla frontiera del mare, tutti gli intrusi indesiderati. In attesa di sentire qualche proposta intelligente, bisognerebbe ricordare agli italiani che il problema non si risolve né con i permessi a buon mercato, né minacciando di imbracciare i fucili. E giusto perché qualcuno non fraintenda, la mia preoccupazione non è per il numero di persone che arrivano, ma per le loro condizioni di vita una volta arrivate in Italia.

Tra poco arriverà l’autunno e poi l’inverno con il loro bagaglio di inclemenza. E che ne sarà della maggior parte di questi disperati, senza lavoro, senza una casa, senza nessuna assistenza che garantisca loro un minimo di dignità? Non occorre una vista particolarmente acuta per rendersi conto di quanta sofferenza giri per le nostre strade, con addosso i panni di tanti immigrati. Ed è il loro disagio umano, prima che il disturbo da molti lamentato, a interpellare le nostre coscienze. Possiamo lasciarli entrare come se niente fosse? E possiamo minacciare di buttarli a mare o di obbligarli a mettere la retromarcia ai loro barchini? Sono due modi identici di gestire il problema, che è come volere risolvere la perdita di un rubinetto, osservando l’acqua che esce, anziché chiudere la falla da cui arriva.

Sono sempre più convinto che sono due le soluzioni al problema. La prima è quella di ripristinare per legge i flussi migratori, distinguendo l’accoglienza dei profughi dai Paesi in guerra, da quanti vengono in cerca di un destino migliore. Si tratta di cercare, attraverso convenzioni coi vari Stati del mondo, di stabilire quante persone sono necessarie per coprire i posti di impiego nei vari settori lavorativi. Serve un milione di persone? Si stabilisce che tot verranno da… tot da…, altri da. E si fanno arrivare in aereo, con le loro famiglie, che dovranno essere in grado di mantenere col lavoro che si garantisce loro.

La seconda soluzione ci viene suggerita da un santo della Diocesi veronese, Daniele Comboni, il quale si proponeva di salvare l’Africa con gli africani. E non parlava soltanto di anime. Penso quanto è ancora fragile l’agricoltura in quelle terre, obbligate a indebitarsi fino al collo per procurarsi grano e cereali indispensabili all’alimentazione. La faccenda non è che manchino loro gli spazi. Manca l’attrezzatura moderna per lavorarli, manca l’irrigazione, manca prima ancora la cultura che fa di un uomo un agricoltore. Quando l’Africa troverà la sua autonomia, sarà allora che metteremo fine a questa sagra della disperazione.

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