Ammissione di Filippo Bastia e Antonio Ruggieri al diaconato
Attualità, Carpi, Chiesa, Modena

Pubblicato il

4 Marzo 2026

Ammissione di Filippo Bastia e Antonio Ruggieri al diaconato

Filippo Bastia di Carpi e Antonio Ruggieri di Modena ammessi tra i candidati al diaconato. Il vescovo Erio nell’omelia: “una diaconia urgente per la Chiesa è trasfigurare difetti, sofferenze, lamenti e fallimenti, iniettando nelle nostre relazioni l’antidoto della risurrezione, della speranza, della gioia”

di Virginia Panzani

 

Da sinistra Antonio e Mirella Ruggieri, mons. Erio Castellucci, Elisabetta e Filippo Bastia

 

Una nutrita delegazione della comunità parrocchiale di Quartirolo di Carpi, guidata dal parroco don Antonio Dotti, ha accompagnato Filippo Bastia all’ammissione tra i candidati al diaconato avvenuta nel corso della celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Erio Castellucci, domenica 1° marzo, nel Duomo di Modena. Insieme a Bastia un altro candidato, Antonio Ruggieri, della parrocchia di Cognento di Modena. Filippo, 58 anni, e Antonio, 48 anni, con alle spalle un percorso di formazione nel movimento scout che tuttora vivono attivamente, sono entrambi coniugati, rispettivamente con Elisabetta e Mirella. Come previsto dall’ammissione, le consorti hanno manifestato il loro pieno consenso al cammino intrapreso dai mariti. Il consenso della moglie non è una semplice formalità, ma si parla sempre più di “famiglia diaconale”, ovvero di una profonda e mutua reciprocità tra stato di vita e ordinazione che impegna il diacono con la sua sposa a una vocazione che sarà definitivamente consacrata con l’ordinazione, affermandola pubblicamente e solennemente nella chiesa e davanti alla comunità intera.

Nella seconda domenica di Quaresima, in cui si è proclamato il brano del Vangelo che narra la trasfigurazione di Gesù (Mt 17,1-9), così si è rivolto monsignor Castellucci a Filippo e ad Antonio nell’omelia: “Grazie, cari amici che vi candidate al diaconato, perché ci date questa bella testimonianza: voi non avevate bisogno di avviarvi per questa strada, perché siete già realizzati nella professione, nella famiglia, nelle amicizie. Qualcuno – ha osservato – vi avrà detto sicuramente che vi state complicando la vita, che si può servire la Chiesa in tanti modi meno impegnativi, che ci sarà poi chi vi chiama mezzi preti. E nonostante questo, insieme alle mogli e figli, avete deciso di salire sul monte: il Calvario che porta al Tabor. Io chiedo al Signore che vi renda capaci di trasfigurare, con lui, le vostre esperienze di vita; che, invece di disertare il Calvario, come fa Pietro, lo attraversiate nella fede, per salire poi al Tabor”. “Non vi scoraggiate – ha proseguito – per le difficoltà pastorali, le resistenze e gli insuccessi… Non troverete la comunità ideale, il parroco ideale, né tantomeno il vescovo ideale; incrocerete situazioni problematiche e anche mediocri: cercate di fare vostro il motto che papa Francesco aveva fatto appendere alla porta del suo studio a Santa Marta: ‘vietato lamentarsi’. Fuggite la tentazione di adottare quell’altro motto tanto diffuso nelle nostre comunità: ‘si è sempre fatto così’ – ha esortato il Vescovo -; trasfigurate con Gesù gli arroccamenti tradizionalisti spesso lamentosi in spinte missionarie gioiose”. Piuttosto, si è rivolto ancora monsignor Castellucci ai due candidati, “criticate seriamente, cioè rilevate i difetti rendendovi disponibili a correggerli. Ma soprattutto rendete grazie, siate riconoscenti, come ci raccomanda San Paolo, perché sono tanti i doni da cui siamo circondati, e la sventura più grande è quella di non riconoscerli. È una diaconia urgente per la Chiesa – ha concluso -: trasfigurare difetti, sofferenze, lamenti e fallimenti, iniettando nelle nostre relazioni l’antidoto della risurrezione, della speranza, della gioia.

 

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