Referendum sulla riforma della giustizia: dialogo e non risse
di Stefano De Martis
A meno di un mese dal referendum sulla giustizia, lo scontro tra le opposte fazioni ha raggiunto livelli tali che anche nella rissosa politica italiana non sono facili da incontrare. Il termine fazioni non è casuale: non si tratta infatti di dialettica anche aspra tra due o più schieramenti, sostenitori appassionati di diverse opzioni, ma di insulti e accuse al limite della calunnia, tanto più scomposti e inaccettabili se si considera che hanno investito anche le istituzioni e gli uomini che le rappresentano. Una situazione così allarmante da suscitare un intervento del Capo dello Stato che in undici anni di permanenza al Quirinale non si era mai visto, come lo stesso Mattarella ha tenuto a rilevare perché a nessuno sfuggisse la portata delle sue parole.
“Sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio”, ha detto il Capo dello Stato aprendo i lavori dell’assemblea plenaria del Csm il mese scorso (18 febbraio, ndr), di cui pure è a norma di Costituzione il Presidente. Al pari di tutte le istituzioni, anche il Consiglio superiore della magistratura non è esente da lacune e difetti ed è suscettibile di critiche. Peraltro è al centro della riforma su cui i cittadini saranno presto chiamati a esprimersi. A maggior ragione, quindi, Mattarella ha avvertito “la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole, in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza, nell’interesse della Repubblica”.
Quasi a incarnare questa prospettiva è giunto provvidenzialmente negli stessi giorni il centesimo anniversario della nascita di Vittorio Bachelet, il grande giurista cattolico ucciso dalle Brigate Rosse. Per dire: Bachelet era vicepresidente del Csm e a lui dal 2024 è intitolato il palazzo in cui il Consiglio ha sede.




