Una
In punta di spillo
Pubblicato il Marzo 20, 2026

Una Chiesa che si interroga sul perché tanti fratelli hanno lasciato la casa

In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani

Da tanto tempo la Chiesa, dai suoi vertici e soprattutto nelle sue espressioni locali, si interroga in vario modo su quale indirizzo dare all’impegno missionario, anche per recuperare il terreno perduto. I dati raccontano di una maggioranza di battezzati che non dimostrano più alcun interesse per la vita attiva delle comunità in cui si celebra e si vive la fede. La Chiesa risulta così come una sorta di iceberg di cui affiora la punta piccola dei praticanti, a fronte di una massa sempre più grande nascosta sotto la superfi cie, che non sembra più disponibile a lasciarsi coinvolgere.

Un amico, un po’ svitatello, che ha abiurato la propria appartenenza alla Chiesa, chiedendo la cancellazione dal registro dei battesimi, mi bombarda sistematicamente di immagini e messaggi per dirmi come dovrebbe essere una vera comunità credente. Quanti come lui la pensano in questo modo? E cosa si nasconde dietro a questo modo di fare? Rimpianto, nostalgia della fede percepita come valore, rimprovero alla comunità cristiana per le sue tante incoerenze o, più semplicemente, una moda diffusa, quella di battere il petto degli altri, avendo rinunciato a battere il proprio?

Indagare sulla parte sommersa dell’iceberg è diventato importante per più ragioni. Ma in questa indagine è importante liberarsi dalla logica delle statistiche. Dire che oggi i praticanti sono sotto il 20% o che i giovani vanno in chiesa in numero a una sola cifra non racconta la complessità di un fenomeno. Così come non può consolare dire che i cristiani nel mondo sono oltre un miliardo e mezzo, se poi questo dato si ferma all’algebra senza segni di frutti coerenti. Fermarsi ai numeri sarebbe come valutare l’andamento di una famiglia applicando dati percentuali. Quando dentro casa un figlio sballa, il problema è di tutti e non può essere quantificato o spiegato ricorrendo a qualche numero. Quello che serve è innanzitutto interrogarsi dove insieme si è sbagliato, cosa ha funzionato e dove si è fallito. Analogamente, è da qui che deve partire la domanda regina che sta alla base di ogni autentica vocazione missionaria. Non quanti sono quelli che se ne sono andati o se ne vanno, ma perché impegnarsi e come farlo per riportare questi fratelli, non in chiesa, ma nella Chiesa, ossia nel perimetro della fraternità. Perché è soltanto nella fraternità ritrovata che si potrà arrivare insieme alla fede celebrata.

Sta qui il cuore di ogni autentico impegno missionario. Gesù ce lo ricorda con la parabola del pastore che, arrivato a sera, scopre che nell’ovile manca una pecora. Parte, lasciando le altre novantanove, e va a cercarla, mosso da un’unica ragione. Perché gli manca e perché essa potrebbe star male in balìa di se stessa e delle forze oscure che incontra. È l’amore che lo spinge perché, come dice il poeta Reiner Maria Rilke, sa che lontani da casa siamo vittime del “sangue buio” dei nostri istinti e della nostra solitudine. È l’amore che deve muovere la creatività della Chiesa, partendo dalla convinzione che senza i fratelli rimasti fuori, siamo tutti più poveri. Non sempre si ha l’impressione che le strategie ecclesiastiche si muovano da questa sensibilità, ma ricordarcelo è fondamentale per non tradire la vocazione alla fraternità universale, confondendola banalmente con le strategie di mercato.

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