Messa
Attualità, Chiesa, Modena
Pubblicato il Aprile 2, 2026

Messa Crismale interdiocesana a Modena

Mercoledì 1° aprile, nella chiesa di Sant’Agostino a Modena, la Messa Crismale è stata presieduta dal vescovo Erio Castellucci e concelebrata da quasi duecento sacerdoti delle Diocesi di Modena-Nonantola e di Carpi, segno di comunione delle due Chiese intorno al proprio Pastore

di Virginia Panzani

 

 

 

Mercoledì 1° aprile, nella chiesa di Sant’Agostino a Modena, il vescovo Erio Castellucci ha presieduto la Messa Crismale interdiocesana, concelebrata da quasi 200 sacerdoti delle Diocesi di Modena-Nonantola e di Carpi, fra cui i vicari generali, monsignor Giuliano Gazzetti e monsignor Gildo Manicardi, e monsignor Lino Pizzi, vescovo emerito di Forlì-Bertinoro.

Presenti anche una cinquantina di diaconi di entrambe le Diocesi. Ha curato l’animazione liturgica la Cappella Musicale del Duomo di Modena e si è offerto ai fedeli non udenti il servizio di traduzione in Lis (lingua dei segni italiana).

Durante la Messa Crismale, che esprime la comunione dei sacerdoti con il Vescovo e tra di loro, monsignor Castellucci ha benedetto il sacro crisma, l’olio dei catecumeni e l’olio degli infermi, che saranno utilizzati per amministrare i sacramenti.

In un mondo che fa risaltare guerre e violenze, ingiustizie e prepotenze – ha affermato il vescovo Erio nell’omelia – i discepoli del Signore sono chiamati ad essere lievito di pace, a far fermentare quei semi di beni di cui sono piene le nostre case e le nostre comunità, ma che rischiano di rimanere soffocati dai clamori del male. Questo è il lieto annuncio, non da sopra, ma da dentro la storia, secondo lo stile di Gesù”. “Se la gente soffre – così si è rivolto ai confratelli sacerdoti – chi la guida non cerca per sé un rifugio protetto, immune dal dolore, ma si lascia coinvolgere dalle crisi, non per restarne schiacciato, ma per farsi carico dall’interno delle situazioni in cui annunciare il Vangelo. Proprio per questa condivisione risulterà credibile”. “Ringraziamo il Signore che, nonostante i nostri limiti – ha concluso – ci coinvolge nell’avventura dell’annuncio lieto, di una vita che vince la morte, di un amore che batte l’odio, di una speranza più solida della disperazione”.

Come da tradizione, in occasione della Messa Crismale si sono ricordati i sacerdoti e diaconi dei quali nel corso dell’anno ricorrono particolari anniversari di ordinazione. Per la Diocesi di Carpi i sacerdoti padre Celestin Mbuama Ngalamulume e don Sylvain Ngala Ndebi (25°) e i diaconi Paolo Arena, Carlo Barbieri e Mauro Cova.

La Messa Crismale è stata preceduta, sempre nella chiesa Sant’Agostino a Modena, dalla meditazione del Vescovo per i sacerdoti e i diaconi delle due Diocesi.

 

Omelia nella Santa Messa Crismale

Is 61,1-3,6,8b-9; Sal 88; Ap 1,5-8; Lc 4,16-21

“Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore”: così ha profetizzato Isaia, nella prima lettura; un testo che appartiene alla terza sezione del libro, quella più recente. Ma a chi si rivolge il profeta? Chi è quel “voi”, chi sono quelli che saranno chiamati sacerdoti del Signore? Isaia immagina che a parlare sia il Messia, il consacrato di Dio, e che si rivolga non ad una categoria del popolo eletto, i sacerdoti appunto, ma all’intero popolo. Questa profezia riecheggia quella che si legge nel libro dell’Esodo: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”: e là, parlando a Mosè, Dio rendeva esplicito il riferimento: “queste parole dirai agli Israeliti” (Es 19,6). All’intero popolo si estenderà dunque in futuro quella qualifica sacerdotale che prima si concentrava solo sui ministri del culto. Ma quando avverrà? L’Esodo lasciava indeterminato il tempo dell’attuazione della profezia, mentre Isaia lo identificava con il tempo messianico. Nel frattempo, in attesa dei tempi finali, il sacerdozio continuava a concentrarsi sui ministri del culto al Tempio, che cercavano con i sacrifici di conquistare il favore e il perdono di Dio per l’intero popolo. Per gli ebrei, come per altri popoli antichi, tra il mondo sacro di Dio e il mondo profano degli uomini non poteva esserci alcun contatto, se non attraverso i mediatori: i sacerdoti erano, appunto, intermediari che facevano da ponti tra i due mondi.

Il Nuovo Testamento ritiene che la profezia dell’Esodo e di Isaia si sia compiuta nel popolo dei battezzati. Nella sua prima lettera Pietro scrive ai cristiani che sono edificati “per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo” e che sono “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa” (1 Pt 2,5.9). E Giovanni, nell’Apocalisse, per tre volte (una delle quali nella seconda lettura di oggi) chiama “sacerdoti” i cristiani, sempre abbinati alla parola “regno” (cf. Ap 1,6; 5,10; 20,6). Siamo noi battezzati dunque questo sacerdozio santo. Il “re”, cioè il Messia che ha compiuto le Scritture, ci ha reso “sacerdozio regale”. È la lettera agli Ebrei che fa il passaggio dal sacerdozio antico a noi, attraverso il sacerdozio perfetto di Cristo: lui ha realizzato pienamente il senso del sacerdozio ebraico, compiendo con successo la mediazione tra Dio e gli uomini; lui che, “con il proprio sangue, entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna” (Ebr 9,12). Gesù diventa talmente puro, nella sua obbedienza al Padre, che non ha bisogno come gli altri sacerdoti di offrire una vittima pura perché sia gradita a Dio, ma può offrire se stesso. Non c’è quindi bisogno, dopo Gesù, di altri mediatori tra cielo e terra, perché lui è il cielo sceso sulla terra e la terra salita in cielo; lui è il sacro che entra nel profano – nulla di più profano della croce – e il profano trasfigurato nel sacro: nulla di più sacro della risurrezione. Noi battezzati, incorporati in Cristo, siamo già entrati in contatto con Dio e non necessitiamo di altri ponti se non Gesù.

Oggi festeggiamo prima di tutto il dono del battesimo, che ci inserisce nel popolo sacerdotale. È la festa del sacerdozio battesimale, che il Concilio Vaticano II rilancia, con le parole di San Paolo, come offerta del proprio corpo in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (cf. LG 10-11 e Rom 12,1). Dentro questa festa di tutti i battezzati si colloca anche la festa dei ministri ordinati: è lo stesso crisma, l’olio messianico, che unge chi riceve il battesimo e la confermazione e chi riceve l’ordinazione. Il sacerdozio ministeriale è al servizio di quello battesimale, perché tutti i discepoli del Signore possano nutrirsi della sua parola e dei suoi sacramenti e scoprire i propri doni, offrendoli. Cambiando prospettiva: perché alcuni fedeli sono chiamati dal Signore a ricevere anche il sacerdozio ministeriale? O, ancora più semplicemente: perché alcuni battezzati decidono di chiedere alla Chiesa il sacramento dell’Ordine? Perché il Vangelo merita il tempo pieno, ma soprattutto il cuore pieno. Non c’è altro motivo. Oggi da noi è più evidente di ieri: qualsiasi altra ragione per ricevere il sacerdozio ministeriale conduce a vicoli ciechi. Se la ragione invece – come credo sia per tutti noi – è la passione per Cristo vivo, allora si aprono sentieri percorribili che, per quanto impegnativi, danno senso e bellezza al cammino.

Nella sinagoga di Nazaret, commentando Isaia, Gesù ha proclamato l’anno giubilare con promesse sbalorditive: lieto annuncio, liberazione ai prigionieri, vista ai ciechi, sollievo agli oppressi. Si può comprendere l’equivoco in cui subito cadono i suoi concittadini, pretendendo da lui la soluzione immediata dei loro problemi. La soluzione arriverà, diversa da com’era attesa, ma Gesù dovrà prima sperimentare nella sua carne il contrario di ciò che aveva promesso e andrà poi divulgando per le strade della Palestina, al punto da far pensare che gli obiettivi stessi della sua missione gli si ritorcano contro: lui, che aveva proclamato un lieto annuncio, si vedrà coperto di cattive parole, accuse e ingiurie; lui, che aveva annunciato la liberazione dei prigionieri, cadrà nei lacci di un accerchiamento malevolo, un processo illegittimo e un’ingiusta condanna a morte; lui, che aveva ridato la vista ai ciechi nel corpo e nello spirito, sarà avvolto dal buio del Golgota; lui, che aveva sollevato tanti oppressi, sarà caricato del peso insopportabile della croce. L’anno di grazia del Signore, inaugurato dalla risurrezione, dovrà passare attraverso l’ora delle tenebre e del maligno.

Come battezzati e come ministri del Signore, abitiamo questa storia con tutti i drammi e le risorse che racchiude. Un annuncio lieto non è quello che cerca di sorvolare le vicende umane, ma quello che le condivide e le fa proprie, che le abita coltivando e testimoniando la speranza. In un mondo che fa risaltare guerre e violenze, ingiustizie e prepotenze, i discepoli del Signore sono chiamati ad essere lievito di pace, a far fermentare quei semi di bene di cui sono piene le nostre case e le nostre comunità, ma che rischiano di rimanere soffocati dai clamori del male. Questo è il lieto annuncio: non da sopra, ma da dentro la storia, secondo lo stile di Gesù. Quando il popolo patisce fame e violenza, come dice Geremia, “anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare” (Ger 14,18); se la gente soffre, chi ha il compito di guida non cerca per se stesso un rifugio protetto, immune dal dolore, ma si lascia coinvolgere dalle crisi; non per restarne schiacciato, ma per farsi carico dall’interno delle situazioni in cui annunciare il Vangelo: e proprio per questa condivisione risulterà credibile. Ringraziamo il Signore, che nonostante i nostri limiti ci coinvolge nella sua opera messianica, nell’avventura dell’annuncio lieto, di una vita che vince la morte, di un amore che batte l’odio, di una speranza più solida della disperazione.

+ Erio Castellucci

 

Guarda il video con l’omelia del Vescovo per la Messa Crismale.

Guarda il video con la meditazione del Vescovo per i sacerdoti e i diaconi.

 

 

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