A te la lode e la gloria nei secoli
Commento al Vangelo di domenica 31 maggio
Dal Vangelo secondo Giovanni
n quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
Commento
A cura di Rosalba Manes
Nella solennità della Santissima Trinità Giovanni ci consegna una speciale triade di verbi: «amare», «donare », «salvare». Questi verbi esprimono il sentire più profondo del cuore di Dio e il suo disegno che si concretizza in un agire tutto proteso verso quel cosmo che le sue mani hanno plasmato. Tra Dio Creatore e il mondo creato non c’è rivalità né contrapposizione, ma un intimo legame di amore che dà origine a un’alleanza eterna. Origine di questo amore è Dio stesso, il Misericordioso, il Tenero, che, nella pienezza della sua relazionalità, desidera trasfondere il suo amore anche nel cuore dei suoi figli: l’amore di Dio, infatti, viene riversato nel cuore degli uomini e delle donne per mezzo del suo Spirito che abita in noi. Il Padre ama quell’umanità che ha creato proprio perché fosse capace di sentire il suo amore e di corrispondervi. Il Padre, inoltre, ama le creature fatte a sua immagine con amore eccedente e questo suo traboccamento di amore lo manifesta concretamente nel dono del suo Figlio unigenito.
Giovanni lega strettamente il motivo dell’amore a quello del dono: l’incarnazione del Verbo è l’apice del dono che Dio fa di sé al mondo. Il Padre non dà qualcosa ma Qualcuno, la vita del suo Figlio unigenito, e la consegna con fiducia nelle mani di creature umane che, come Maria e Giuseppe, sanno custodirlo ma anche di chi, come Giuda, è capace di tradirlo e di mettere in pericolo la sua vita. Il dono del Padre, Gesù, ha come effetto quello di bonificare la storia e le sue paludi di perdizione. I racconti del ministero pubblico di Gesù attestano, infatti, che egli, entrando nel mondo, manifesta la sua predilezione per i perduti, per quanti si sono smarriti. E smarrito non è solo il peccatore incallito, ma anche l’uomo religioso che si ritiene sapiente dinanzi a Cristo e non sa riconoscere in lui il connubio tra la divinità e la carne umana. Così accade a Nicodemo, capo dei giudei, che va incontro a Gesù di notte e che, invece di farsi illuminare da lui, vuole dargli un perimetro, una definizione che lo contenga, una specie di riconoscimento umano per il suo rabbinato che attira i segni di Dio.
A Nicodemo che si è smarrito nella sua teologia rigida e asfittica, il Figlio di Dio vuole spalancare la mente e il cuore alla grazia della vita secondo lo Spirito che supera e compie quella secondo la legge. Per questo gli annuncia l’innalzamento sulla croce, evento da cui sgorga la rigenerazione e la vita nuova da figli. Per parlare di Dio non bastano le formule e le definizioni dogmatiche, come vorrebbe rabbi Nicodemo, serve riconoscere il suo agire nella storia e i dinamismi del suo Regno cui si accede solo abbandonando ciò che è “vecchio” e sa di stantio. E come si può rinascere quando si è adulti già formati, con modi di fare cristallizzati? Impossibile per gli uomini non per lo Spirito di Dio.
Lo Spirito rigenera tutti, conferisce una vita nuova a ogni età e ricrea il cuore umano rendendolo vulnerabile all’amore e capace di consegnarsi all’amore. Quest’opera dello Spirito nei cuori prepara l’accoglienza del Figlio che non viene a condannare ma a salvare, a comunicare vita eterna. Dopo l’incontro tra Gesù e Nicodemo, il IV Vangelo ci consegna pertanto parole salvifiche che puntano ad avviare un processo di cambiamento e di conversione, quello che porterà quest’uomo, capo dei Giudei, a schierarsi a favore di Gesù, a intraprendere il cammino della sequela e a divenire suo discepolo.
Al mistero di Dio uno e trino si può accedere, infatti, solo facendosi discepoli di un regno che giunge umilmente, solo lasciando le proprie rigide convinzioni e aprendosi al soffio della novità che ci invita ad andare “oltre”, desiderosi anche noi di amare, donare e salvare.
L’opera d’arte
Andrea Previtali, Trinità con Sant’Agostino e il Beato Giorgio da Cremona (1517), Almenno San Salvatore (Bergamo), chiesa di San Nicola. Formatosi alla scuola di Giovanni Bellini a Venezia e ispirato dalle opere di Lorenzo Lotto, Andrea Previtali realizzò questa tela per gli Agostiniani di San Nicola di Almenno San Salvatore. La composizione è a forma triangolare con all’apice Dio seduto su di un trono, e ai lati le raffigurazioni del Beato Giorgio da Cremona e di Sant’Agostino, entrambi genuflessi. Centrale, nella parte superiore, la colomba, simbolo dello Spirito Santo.
Dio Padre, un vecchio dalla lunga barba bianca, che guarda l’osservatore, sostiene la croce su cui è appeso Gesù, il Figlio crocifisso. La scena si sviluppa in una grande sala divisa da un drappo rosso, leggermente spostato dal vento sul lato sinistro. Il soffitto presenta travi a vista, mentre sulla parete di fondo si aprono due finestre: quella di destra ha un’anta aperta che lascia vedere il cielo, mentre in quella a sinistra mancano di vetrini fra quelli incastonati, particolari che, seppur nell’unità compositiva – la Trinità appunto – denotano la volontà dell’artista di attirare l’attenzione dell’osservatore sulla resa dei dettagli.




