Negare il femminicidio è chiudere gli occhi su ciò che ci sta dietro
In punta di spillo
Pubblicato il Giugno 25, 2026

Negare il femminicidio è chiudere gli occhi su ciò che ci sta dietro

In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani

Una delle cose che mi avevano colpito durante gli studi di morale, prima di diventare prete, era il fatto che la Chiesa, nei secoli, aveva introdotto la pena della scomunica latae sententiae, ossia una pena spirituale con effetto immediato, per coloro che avessero danneggiato o tagliato le viti nel campo degli altri. La pena, da un punto di vista giuridico fu introdotta dal Concilio Lateranense III (1179), sotto Papa Alessandro III. In realtà già prima, da molto tempo, tra i secoli X e XI, con una disposizione conciliare, detta La Tregua di Dio, si affermava che chiunque danneggiasse campagne e viti incorreva immediatamente nella scomunica. I motivi di simile provvedimento nascevano da più ragioni. La prima, prettamente economica, partiva dal fatto che l’economia era allora prevalentemente agricola e ogni danno arrecato voleva dire povertà e miseria per tanta gente. E tra questa anche la Chiesa che, grazie alle rendite agricole, aveva una delle fonti primarie della propria sopravvivenza. Non era poi da scartare una motivazione più strettamente religiosa. Con il taglio doloso delle viti, in alcune zone, veniva a mancare il vino per la celebrazione eucaristica.

A chi trovasse questa notizia priva di attualità, dirò che fino a metà del secolo scorso, questa legge canonica della Chiesa ha trovato applicazione anche nel veronese. Nella zona di Soave, per l’esattezza, dove con spirito imprenditoriale si andava affermando la piantagione di un nuovo tipo di vite che avrebbe dato lustro, ricchezza e un vino indimenticabile ad un territorio tra i più belli e suggestivi d’Italia. Agli inizi, vuoi per invidia, vuoi per ignoranza o altre inconfessabili ragioni, c’era sempre qualcuno con le forbici da vigna pronto a fare razzie notturne nel campo dei nuovi imprenditori agricoli. Arrivati a questo punto qualcuno si chiederà il perché mi siano riaffiorate nella mente queste nozioni.

Nei giorni scorsi, un noto personaggio politico, che sta avendo l’effetto di un acchiappamosche adesivo, di quelli in uso nelle nostre case tanti anni fa, ha detto che non esiste il femminicidio. Ammazzare una donna, un uomo, un bambino, un giovane… sarebbe la stessa cosa, stando al suo pensiero. Di omicidio si tratta e omicidio è. E in tanti a battere le mani. Caspita, come non averci pensato prima? In effetti, ragionando a spanne, è pur vero che da un punto di visto biologico, morire è uguale per tutti, a prescindere dall’anagrafe e dal sesso. Peccato che sotto la superficie, per valutare la gravità di un delitto, vadano cercate anche altre motivazioni. Perché la società decide, in un certo momento storico, che un reato va trattato con un’attenzione particolare? Perché si decide di scomunicare chi taglia le viti e non chi distrugge la piantagione di broccoli? È la stessa domanda che dobbiamo farci sul reato di femminicidio. La risposta è molto semplice. La società punta i fari su questo dramma perché vuole estirpare quella cultura che fa della donna un oggetto di proprietà del maschio, privandola di autonomia e libertà. Lo stesso motivo per cui un omicidio di mafia non è equiparabile ad un morto per rissa e un infanticidio a un morto per rapina. Dietro ad ogni reato c’è una cultura perversa che lo ispira e, prenderne atto, chiede solo un po’ di intelligenza.

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