Il grande gesto di un bimbo che rivela la forza dell’amore là dove corre la violenza
In punta di spillo

Pubblicato il

18 Settembre 2026

Il grande gesto di un bimbo che rivela la forza dell’amore là dove corre la violenza

In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani

Il tutto accade in provincia di Napoli, nei primi giorni di questo afoso settembre 2026. Sulla scena una giovane ragazza che cammina per strada col suo bambino di sei anni. È il frutto di una relazione con un trentaduenne il quale, finita la favola d’amore, ora ha deciso di indossare i panni del lupo per mandare in scena quella di Cappuccetto Rosso. Deve aver sentito parlare molto di intelligenza artificiale, al punto di rinunciare ad usare quella naturale, convinto come molti che basti la prima a far funzionare le cose di questo mondo. Sta di fatto che il filibustiere, inteso nel senso più spregiudicato possibile, ha deciso che quella donna deve essere massacrata di botte. Ci scappasse anche il morto, quella potrebbe essere la soluzione finale di tutte le sue inquietudini, convinto che esse non nascano dal pantano della sua coscienza sporca e immatura, quanto da quella donna che ora ha deciso di rimuovere dal suo orizzonte.

È così che l’uomo si avvicina a lei come un predatore, colpendola con una gragnola di calci e pugni, fino a spaccarle una costola, oltre alla faccia. Normale andamento di un copione che ormai si ripete con la frequenza inarrestabile di una pandemia. Ma è al quel punto che va in scena l’inedito. Ne è protagonista un bambino di sei anni che ha visto la madre a terra sanguinante, mentre il padre sembra aver rinunciato allo stile di chi dovrebbe accreditarsi al genere umano. Con il genio ispiratore dell’intelligenza e della disperazione, che corre alla velocità dell’istinto, capisce che non può fare nulla per arginare la brutalità di quell’uomo che è pur sempre suo padre. E allora fa l’unico gesto possibile. Gli si getta tra le braccia, lo stringe forte mentre gli dice: «No, papi. No, papi». Siamo alla violenza dell’amore, che qualcuno, più dotto, chiamerebbe gesto di pace disarmata e disarmante.

Non credo che questo bambino abbia stretto il padre per affetto. Probabilmente no. Ma l’episodio racconta molto più di quanto non voglia dirci la sintesi della cronaca. Dostoewskij, nel suo romanzo L’idiota, dice che la bellezza salverà il mondo. Molti pensano che l’avesse scritto pensando alla sua seconda moglie che molti sostenevano essere “talmente bella che, al solo guardarla, si poteva morire”. In realtà il pensiero era nato di fronte al dipinto Il corpo del Cristo morto nel tomba di Hans Holbein il Giovane, visto a Basilea nel 1867, riportandone un effetto ipnotico. Un Cristo devastato dalla morte, un’immagine capace di “far perdere la fede”, come ebbe a dire. In realtà, in quei tratti sfigurati aveva visto la bellezza dell’amore, capace di penetrare l’orrore del male per attraversarlo e redimerlo. Non quindi una bellezza estetica ma la dimensione etica e spirituale dell’amore capace di ricomporre le fratture dell’esistenza e ristabilire l’armonia nel creato.

Nelle braccia del bambino che si butta in quelle del padre, si nasconde la stessa logica, quella dell’amore innocente che si immerge nella violenza umana per arginarla e diventare sorgente di salvezza. La cronaca ci dice che il padre, a quel punto, ha buttato di lato il bambino, perché anche all’amore si può opporre rifiuto. Ma il gesto rimane unico nella sua forza iconica e una ragione di speranza. Il bene non è ancora morto nel cuore degli uomini. Basta cercalo nei prati dell’innocenza.

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