Laboratorio gastronomico Sant’Anna, ricominciare si può ma non da soli
Attualità, Modena

Pubblicato il

25 Settembre 2026

Laboratorio gastronomico Sant’Anna, ricominciare si può ma non da soli

Quattro interviste che raccontano cosa significa vivere la dimensione del carcere da diverse prospettive

Ricominciare si può, ma non da soli. Al Laboratorio gastronomico Sant’Anna il lavoro rappresenta molto più di un’attività da svolgere durante la detenzione: è uno spazio in cui recuperare responsabilità, costruire relazioni, imparare un mestiere e, soprattutto, tornare a immaginare un futuro possibile. Ogni giornata mette insieme persone con esperienze e responsabilità diverse, unite dall’obiettivo di far funzionare il laboratorio e di accompagnare chi vi lavora in un percorso di crescita. C’è chi coordina il progetto e segue la formazione, chi si occupa della produzione, chi della logistica e chi porta il lavoro del laboratorio anche fuori dalle sue mura, attraverso le attività di vendita. In questo percorso sono fondamentali i ruoli di Andrea Maini, che si occupa della logistica, e di Rita Facchini, addetta alle vendite.

A loro si affianca Raimonda Ndreka, responsabile vendite della Bottega Sant’Anna di Modena, punto di contatto tra il laboratorio e la comunità esterna. Sono compiti differenti, ma parte dello stesso ingranaggio: quello che permette alle persone impegnate nel laboratorio di confrontarsi quotidianamente con responsabilità concrete, colleghi e clienti. A guidare il progetto ci sono Ilaria Facchini, coordinatrice del progetto, e Nicola Bertoncelli, responsabile della produzione e della formazione. A loro abbiamo chiesto che cosa significhi costruire, giorno dopo giorno, un contesto nel quale una persona possa recuperare fiducia, affrontare i propri errori e prepararsi a un futuro fuori dal carcere.

Ilaria Facchini, Coordinatrice del progetto

Cosa ti ha insegnato questa esperienza sulla possibilità di ricominciare?

Ricominciare è possibile, ma la volontà della singola persona non è sufficiente. Le seconde possibilità esistono davvero solo quando la società decide di offrirle concretamente: un lavoro, un luogo dove vivere, una rete di persone su cui contare sono fondamentali per ripartire.

E sulla società in cui viviamo?

È facile etichettare una persona per gli errori commessi e pensare che avrebbe potuto scegliere diversamente. Lavorare in carcere mi ha mostrato che non sempre è così. La paura, la fame e la solitudine possono spingere le persone a fare cose che, in altre condizioni, forse non avrebbero mai fatto. Ho visto persone detenute che, attraverso il lavoro, hanno ritrovato motivazione e affrontato le giornate con maggiore serenità. Rimane però molta sfiducia nel futuro, legata al timore di non avere più nulla una volta usciti. Per questo è importante costruire un ponte tra carcere e comunità, perché il cambiamento possa proseguire anche dopo.

Quanto è importante questa esperienza sulla fiducia?

La fiducia si costruisce giorno dopo giorno, attraverso piccoli gesti, rispetto reciproco e impegni mantenuti. Nel nostro laboratorio significa offrire un’opportunità fin dal primo giorno e credere nelle capacità di una persona anche quando lei stessa fatica a farlo. È il primo strumento per un cambiamento.

Nicola Bertoncelli, Responsabile di produzione e formazione

Questa esperienza che conseguenze ha avuto sul lavoro?

Abbiamo capito quanto sia importante creare un vero team, supportandosi, ascoltandosi e affrontando insieme le difficoltà. Sentirsi parte di un gruppo, accettati e importanti, aiuta a ritrovare fiducia e autostima. Quando qualcuno attraversa un momento difficile, se ne parla, ci si sostiene e ci si riorganizza. Lo stesso accade con i conflitti. Vedere come queste situazioni vengono superate, quasi come in una famiglia, è emozionante.

Il valore della fiducia come viene messo in gioco?

A chi entra nel laboratorio cerchiamo di dare fin da subito la massima fiducia. Può spiazzare, ma credo sia l’unica strada possibile per iniziare a ritrovarsi. C’è anche chi ha perso tutto e sente di non meritare più la fiducia di nessuno. È un lavoro fatto di piccoli passi, continuità e costanza.

Come si affronta il fallimento?

Il fallimento fa parte della vita di tutti. Possiamo sbagliare, anche molto, ma quello che ripeto sempre ai ragazzi è che noi non siamo i nostri errori e loro non sono i reati che hanno commesso. Per questo, quando mi chiedono che reati abbiano commesso, scelgo di non rispondere. Anche per principio: ridurre una persona al suo errore significa non vedere tutto il resto che è e quello che può ancora diventare. Il punto è imparare a ripartire e trasformare il fallimento in qualcosa da cui imparare.

Due voci al Laboratorio Sant’Anna

Le parole di chi coordina e accompagna il progetto raccontano dunque un percorso che non si esaurisce nell’apprendimento di un lavoro. Al centro ci sono la fiducia, la possibilità di sentirsi nuovamente parte di un gruppo e la costruzione di un ponte verso ciò che verrà dopo la detenzione. Ma per capire fino in fondo che cosa significhi questa esperienza, è necessario cambiare prospettiva e ascoltare anche chi quel percorso lo sta vivendo in prima persona. Per A. e M., due persone detenute che lavorano nel Laboratorio gastronomico Sant’Anna, il lavoro rappresenta un modo concreto per affrontare il tempo della detenzione, ma anche per prepararsi a quello che verrà dopo.

Nelle loro parole emergono le difficoltà della vita in carcere, ma anche la capacità di trovare nel lavoro un punto di riferimento, una disciplina e una possibilità di guardare avanti. Le loro aspettative per il futuro parlano di casa, famiglia, studio e lavoro: obiettivi apparentemente semplici, ma che acquistano un significato particolare quando si è costretti a immaginarli partendo da una situazione di detenzione.

Come vivi il carcere?

A. – Il carcere si vive male, però dipende anche da noi come sfruttiamo il tempo qui dentro. Ringrazio l’area educativa per l’opportunità di lavoro che mi è stata data: oggi vivo il carcere con un obiettivo.

M. – Vivere in carcere è un po’ come una sfida. Devi imparare ad adattarti a molte situazioni, dalla convivenza forzata alle difficoltà quotidiane. Però ci sono anche aspetti positivi: dopo il lavoro ci si ritrova con altri detenuti, che a volte diventano amici, ci si scambia idee e ci si supporta.

Che valore ha per te il lavoro?

A. – Il lavoro è molto importante, sia qui sia fuori. Ti tiene impegnato con la mente e con il fisico ed è una disciplina che serve nella vita e per il mio futuro.

M. – Lavorare in laboratorio mi aiuta a vivere giornate più tranquille e mi offre una formazione. Ha anche risvegliato una passione per la cucina che avevo un po’ abbandonato e mi permette di pensare a un futuro diverso.

Come immagini il futuro?

A. – Mi immagino con una famiglia, una casa e un lavoro fisso. Questa esperienza mi sta facendo capire quanto il lavoro sia importante.

M. – Spero di crearmi una famiglia, tornare a studiare per prendere una qualifica e trovare un buon lavoro. Più avanti mi piacerebbe avere qualcosa di mio, così da poter dare una possibilità a chi si è trovato nella mia situazione o a chi è stato più sfortunato.

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