Grande è il Signore e degno di ogni lode
In cammino con la Parola

Pubblicato il

16 Ottobre 2026

Grande è il Signore e degno di ogni lode

Commento al Vangelo di domenica 18 ottobre

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Commento

A cura di Francesco Lambiasi, Vescovo emerito di Rimini

“Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Quando ci troviamo di fronte ad un versetto del vangelo logorato dall’uso, due attenzioni ci possono salvaguardare dal rischio di annacquare la parola di Dio: l’attenzione al testo e la considerazione del contesto.

Il contesto di questo Vangelo è quello degli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme. La tensione è al massimo, il cerchio si va stringendo: ora i farisei sferrano l’ultimo attacco al maestro galileo e per “intrappolarlo” si coalizzano con i loro cordiali nemici, gli erodiani. I farisei erano dei nazionalisti e, pur non appartenendo all’ala rivoluzionaria formata dagli zeloti, fomentavano il malumore fiscale contro i romani. Gli erodiani, invece, erano dei collaborazionisti e appoggiavano il potere occupante. La trappola è tesa: come farà stavolta rabbi Jeshù a non farsi incastrare? Se risponderà “no”, si metterà contro l’autorità di Roma, e gli erodiani lo potranno deferire al tribunale di Pilato come ribelle e sovversivo. Se risponderà “sì”, si alienerà il favore del popolo ostile all’occupazione straniera, e si ritroverà isolato.

Veniamo al testo. Sappiamo la risposta di Gesù. Ma la dobbiamo rileggere facendo attenzione a un dettaglio apparentemente marginale. Gesù non usa il verbo dei suoi provocatori, il verbo “dare”. Non dice “date”, ma “rendete”, cioè “restituite” a Cesare… Come a dire: ci sono tante cose che non sono davvero nostre: e anche di salute, benessere, istruzione e lavoro siamo in debito con la società e con lo Stato, insomma con Cesare. Dunque, pagare le tasse si deve.

Ma la novità più folgorante, Gesù la introduce con l’altra metà della sentenza: “e (rendete) a Dio quello che è di Dio”. Cioè: “Restituite, pure, all’imperatore quel che è dell’imperatore, ma quello che è di Dio restituitelo a Dio”. Dunque non più: o Cesare o Dio, ma neanche: un po’ a Cesare e un po’ a Dio. Con quel “ma a Dio”, l’accento cade sulla seconda parte della risposta di Gesù. Perché solo Dio è l’assoluto. Solo Cristo è il Signore di tutti, anche di Cesare! Insomma ‘Cesare’ e ‘Dio’ non sono due ambiti equivalenti, né due realtà simmetriche e corrispondenti. Non si collocano sullo stesso piano. Non entrano in concorrenza tra di loro. Dio è l’unico che si deve adorare, perché è l’unico Assoluto della vita e della storia. Di più: è proprio la radicale fedeltà dei cristiani a Dio come unico Signore che li rende liberi e responsabili nei confronti di Cesare.

Quelle di Gesù sono parole che valgono anche per noi oggi: solo se ci impegniamo a non relativizzare l’unico Assoluto – Dio – noi riusciremo a non assolutizzare ciò che è relativo, ma non certo irrilevante: lo Stato. In sintesi, affermare il primato di Dio non può significare privare la società civile della sua legittima autonomia. Al tempo stesso, riconoscere uno spazio proprio alla politica non deve sminuire la libertà di coscienza e l’opposizione ad ogni esorbitante pretesa dello Stato. Siamo pellegrini dell’Assoluto. Riflettiamo. Assumiamoci le nostre responsabilità. Camminiamo insieme.

L’opera d’arte

Bernardo Strozzi, Il tributo della moneta (1631 circa), Budapest, Szépmüvészeti Múzeum. Bernardo Strozzi, importante esponente della pittura barocca italiana, ha raffigurato in diverse versioni il brano del Vangelo di questa domenica. La sua prima attività si svolse, sotto l’influenza di Rubens e di Anton Van Dick, nella città natale di Genova, dove era entrato fra i Cappuccini, per poi uscirne dovendo occuparsi della madre ridottasi in miseria. Da qui fu soprannominato il Cappuccino o il Prete genovese. Seguì un soggiorno decennale a Venezia, a cui si può ascrivere l’opera qui a fianco.

Al centro Cristo, appoggiato di schiena a un banco, è accerchiato dai farisei, a cui risponde con una fermezza espressa dal gesto della mano. Il vecchio sulla destra, di profilo, sembra sbucare all’interno del quadro dallo spazio dove si trova l’osservatore: porge la moneta a Cristo e lo scruta negli occhi con uno sguardo concentrato e penetrante. Di profilo è anche l’uomo sulla sinistra, San Pietro, con la barba scura, non meno carico di tensione. Tipica dell’artista è la composizione a mezze figure, a cui si uniscono il naturalismo marcato dei volti e il gusto, quasi fiammingo, per la cura dei dettagli.

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