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16 Ottobre 2026Per le menti bacate anche essere ciociaro è diventata un’offesa
In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani
Se all’indole toscana, notoriamente fumantina e sanguigna, si aggiunge quella pisana, ironica e beffarda, città capoluogo da cui Pontedera dipende, si fa presto a capire il perché. È qui che, nei giorni scorsi, un consigliere comunale del Pd, creando più imbarazzo nel suo partito che fuori, ha voluto apostrofare la Presidente del Consiglio chiamandola “ciociara”. L’ennesima perla di quella cultura delle offese che ha fatto del disprezzo un argomento politico, quando mancano gli argomenti. Cosa volesse dire l’illuminato è presto detto. Sotto l’aggettivo “ciociaro” voleva alludere, di sicuro senza saperlo, a quello che MacDonald, negli Stati Uniti, indicava come Midcult, ossia quella cultura di mezzo, che cresce come le erbe selvatiche tra la cultura alta degli intellettuali e quella terra terra del popolo. Insomma, appena un gradino sopra, bontà sua, rispetto ai titoli di “borgatara”, “ortolana”, “vacca”, “rana dalla bocca larga”… solo per ricordare alcune finezze citate dalla signora Meloni, in risposta all’insulto.
Vecchia abitudine quella del pregiudizio ambientale. Eppure all’illuminato consigliere di Pontedera, sarebbe il caso di ricordare che, in Ciociaria sono nati Cicerone, Gaio Mario, Tommaso d’Aquino, Marcello Mastroianni, Nino Manfredi, papa Bonifacio VIII… e, in tempi più ravvicinati, il ministro Tajani e, non un ultimo, un certo vescovo di Verona, con tutte le carte in regola per farsi rispettare e stimare nel panorama ecclesiastico nazionale.
Dicevo del pregiudizio ambientale. Ero bambino quando sentivo parlare di territori non ancora raggiunti dalla civiltà, dove cosa fosse civiltà lo decideva la supponenza di chi si riteneva superiore. Purtroppo è nel Dna umano la tentazione di mettere in piedi le caste, spesso con motivazioni religiose, per ringraziare Dio di non essere come gli altri.
Per ragioni di carità non farò nomi, ma era un dato di fatto che se dicevi di venire da certe parti era un biglietto da visita che non spianava la strada. Del resto la storia si ripete da millenni. Quando gli apostoli, ancora acerbi, dissero di aver incontrato un grande profeta, forse anche il Messia, la prima cosa che chiesero loro è stata: da dove viene? Sappiamo bene quale fu la risposta quando sentirono parlare di Nazareth. Cosa può venire di buono da quelle parti, fu il commento sprezzante?
Oggi, in un tempo in cui media e scolarizzazione obbligatoria ci hanno sostanzialmente omologati (ahimè in basso), siamo qui a domandarci se il pregiudizio ambientale esista ancora. Purtroppo sì. Magari in forme più sotterranee e mascherate. Va di moda sui social mettere in piedi i gruppi in cui si dice: “Sei di… se…”. La buonafede punta probabilmente a rievocare fatti, luoghi e situazioni capaci di far rivivere il ricordo di cose condivise, lasciando però ai margini di questa orgogliosa rivisitazione tutti quelli che non spartiscono la stessa storia, o perché stranieri, oppure immigrati da altre regioni. Un senso di appartenenza, che trova ispirazione da certo leghismo campanilista, che tende a privilegiare ciò che è conforme, rispetto alla ricchezza del pluralismo e della diversità. Chissà se san Benedetto che in Ciociaria, a Montecassino, ha messo in piedi un faro di cultura e di santità, sarà offeso se gli daranno del ciociaro di adozione. Forse, con Dante, si limiterebbe a dire: non ragioniam di lor, ma guarda e passa




