La
In punta di spillo
Pubblicato il Dicembre 13, 2023

La tradizione del presepio per tenere acceso il senso di Dio tra noi

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani.

 

Puntuale come un treno giapponese, la vigilia della prima domenica di Avvento, in casa mia il presepio era già allestito, perché il presepio rimane l’unica emozione vera nella rutilante anima commerciale di questi giorni. Anche una faticaccia se volete. Perché salire e scendere sopra una scala retrattile, per raggiungere la soffitta in cerca del materiale riposto l’anno prima, alla fine ti lascia con le gambe rugginose, con i bicipiti indolenziti come dopo un allenamento di presciistica. Ma, poi, arriva l’impareggiabile senso di pace quando, seduto ad osservare, gusti l’emozione della scena e ne avverti la portata rivoluzionaria, insieme al profumo di bene che ne scaturisce.

Sono passati otto secoli da quando a Greccio, Francesco, per la prima volta ebbe la grande intuizione. Era l’intuizione di un mistico che, nell’avvenimento accaduto a Betlemme, aveva visto il genio di Dio nel comunicarsi alle creature. Genio impastato di umiltà, perché, venendo ad abitare con noi aveva rinunciato ai privilegi, scegliendo l’ultimo posto. L’umiltà è la sola regola capace di mettere fine ai conflitti. Non solo quelli tra Russia e Ucraina o Israele e Palestina. Conflitti quotidiani, quando il nostro io, quello che si sente migliore degli altri, con il diritto di stare meglio degli altri, finisce per imporre le proprie regole, i propri gusti, la litania di diritti senza doveri. Ed è allora che le bombe cominciano a fare il loro mestiere. Non le bombe che distruggono le cose e le case, ma quelle capaci di distruggere rapporti umani, famiglie, creando divisioni, inimicizie, magari giocate col le armi del mutismo, della calunnia e dell’indifferenza.

Ma nel presepio, il genio di Dio ci racconta anche la “divinizzazione” delle creature. Gesù indossando il vestito della carne umana ci insegna che ogni “vestito” nasconde la sua presenza. Non cesserò di ripetere che la banalizzazione della vita, con tutti gli orrori che la cronaca ci riporta ogni giorno, è figlia del venire meno del suo senso sacro. Per dirla con gli antichi, quando cade Dio, le prime a cadere sono le creature. Noto con un certo disagio che anche il presepio sta conoscendo una certa sofferenza, con l’affievolirsi della fede. Se avete visitato i mercatini natalizi, vi sarete accorti che il 90% e passa degli spazi è ormai riservato agli addobbi dell’albero, mentre altri centri commerciali hanno eliminato del tutto i prodotti per il presepio. Prodotti che, diciamolo pure, sono ormai quasi tutti di fabbricazione cinese, fatti in serie e di gusto sempre più scadente.

Leggevo in questi giorni un breve saggio del 1921. Lo aveva scritto un ebreo tedesco, Walter Benjamin, morto suicida prima di essere catturato dai nazisti. Con lungimiranza profetica parlava del capitalismo avanzante come di una nuova vera e propria religione. Lui partiva dal principio che le religioni non nascono dalle dottrine, ma dalla vita e dai riti. Prima viene la prassi, poi si sviluppa la teologia, così lui pensava e così è di fatto. Proprio questo assunto gli dava modo di alzare la voce per denunciare come il nuovo consumismo avanzante non aboliva le feste cristiane, ma se ne impadroniva svuotandole. Non serve particolare acume per dare ragione a quanto egli denunciava un secolo fa. Le feste cristiane rimangono, ma ormai raccontano altro. Tenere alta la tradizione del presepio è una delle tante parole possibili per tornare a dare un’anima a questo tempo, evitando di essere noi per primi i sacerdoti della religione del nulla.

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