Dopo
In punta di spillo
Pubblicato il Dicembre 4, 2025

Dopo le elezioni guardare ai problemi e imparare a parlarsi

In punta di spillo, rubrica a cura di Bruno Fasani

Archiviata l’ultima tornata elettorale, quella delle tre importanti regioni italiane, tutto sembra rientrato in una silenziosissima calma piatta. Chi ha vinto si sta godendo la gratificante comfort zone, mentre chi ha perso si è ritirato nell’anonimato. Anche la Chiesa sembra voler rientrare nei binari dell’irrilevanza, almeno fino alle prossime elezioni, quando verrà divulgato un nuovo comunicato per invitare i candidati ad avere attenzione per i poveri, ricordarsi degli ultimi, degli immigrati, dei pensionati, dei senza lavoro, di chi fatica a sbarcare il lunario. Una litania che va sempre bene, ma sulla cui efficacia non scommetto un centesimo. Di fatto, sono due le sfide aperte che stanno davanti alla Chiesa e alla politica. Alla prima il compito di guardare in faccia un problema grave e reale: quello della gente che non ne vuole più sapere di andare a votare. Non basta limitarsi a dire che votare è dovere morale. Oggi la Chiesa può e deve dare un contributo di pensiero importante, interrogandosi sulle ragioni profonde che stanno dietro alla disaffezione al voto. In ballo non c’è soltanto la tenuta della democrazia, ma più profondamente la coscienza del bene comune come responsabilità di tutti. Perché la gente che non va alle urne, di fatto, si defila da qualcosa in cui non crede più.

Ma perché succede questo? È sufficiente nascondersi dietro le generiche accuse moralistiche nei confronti dei politici, o bisogna ricercare cause più puntuali e profonde? Quanto influisce, ad esempio, la sempre più debole rappresentatività degli eletti nei confronti dei cittadini, che appaiono come la Madonna in campagna elettorale per poi sparire per il resto del mandato? E quanto le promesse generiche, fatte dalla Destra e dalla Sinistra, vengono di fatto uniformate dai condizionamenti legislativi che ci arrivano (fortunatamente!) dall’Europa? Quanto pesa, inoltre, la mancanza di competenza politica da parte di candidati che sembrano più interessati a costruire carriere a buon mercato, rivelando un’evidente impreparazione? Se alla Chiesa spetta questa problematica frontiera, alla politica dovremmo chiedere di aprire un confronto serio con la fede dei cittadini che dicono di rappresentare. Nessuno può pensare a strane confusioni tra religione e politica o religione e scienza, ma nessuno può augurarsi un eterno conflitto senza possibilità di confronto, come se la fede fosse soltanto un fatto personale o una forma di superstizione. In una fase della storia in cui spesso abbiamo l’impressione di una profonda irrazionalità delle scelte politiche e dell’egoismo che le guida, spicca la mediazione della Chiesa negli scenari di guerra.

Gli aiuti a Gaza, come la mediazione per il rientro a casa dei bambini rapiti in Ucraina e portati in Russia, portano la firma importante della comunità cristiana. Il Natale in arrivo fa capolino sulla soglia delle coscienze. Non sarebbe una provocazione pensare a un ritorno pacato al dialogo tra fede e politica, tra fede e ragione, affinché nessuna di queste realtà possa arrogarsi il diritto di camminare da sola. Tanto più che pace e benessere, che lo si voglia o meno, portano sempre le tracce delle radici evangeliche.

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