Dalle cronache del 25 aprile. Saremo mai “casa della pace”
di Luigi Lamma
Si dice che il tempo è galantuomo nel fare emergere la verità. Si dice anche che i fatti sono la cosa più ostinata del mondo. Il 25 aprile 2026 ha sicuramente rafforzato e confermato questi due modi dire. Il primo riguarda la verità su chi realmente cerca la pace e su quali siano i veri operatori di pace una volta posti di fronte alla distruttiva concretezza delle guerre. Il 25 aprile è una ricorrenza che dovrebbe sempre più unire la comunità nazionale attorno ai valori fondanti della libertà e della democrazia, lasciando che lo spirito di riconciliazione lenisca ferite e lacerazioni, ma rischia di trasformarsi in un’esperienza divisiva, divenuta ostaggio di posizioni di parte se non proprio estremiste. Quanto accaduto nelle manifestazioni ufficiali in alcune grandi città, come Roma, Milano, Bologna…purtroppo, e qui veniamo all’ostinazione dei fatti, deporrebbe a favore di una malsana degenerazione. L’immagine dell’anziano manifestante, il signor Tino, respinto dal corteo di Bologna da alcuni “bravi” assoldati per la vigilanza, solo perché portava un’asta con le bandiere dell’Europa e dell’Ucraina, è diventata ben presto virale e iconica di questo 25 aprile 2026. Gravissimo negare dignità alla resistenza del popolo ucraino dopo quattro anni di aggressione così come autolesionista delegittimare il ruolo degli organismi sovranazionali europei.
Allo stesso modo hanno generato sconcerto le offese antisemite e il divieto a prendere parte al corteo nei confronti degli esponenti della Brigata Ebraica a Milano, rei anch’essi di esporre bandiere non gradite: quella dello stato di Israele no quella della Palestina sì, con una strana geografia dei popoli e dei conflitti a cui portare solidarietà e incoraggiamento ad intraprendere cammini di pacificazione. Allo stesso modo sono un attentato allo spirito unitario che dovrebbe permeare il 25 aprile, nel ricordo di una Liberazione che ha portato per tutti pace, libertà e democrazia le provocazioni, come gli spari contro i manifestanti a Roma, le rievocazioni nostalgiche, come quella di Predappio e le iniziative di una parte politica che vorrebbe riscrivere la storia ricordandoci che “l’antifascismo non ha più alcuna reale identità e attinenza con il presente” (!), come accaduto a Mirandola. Se da un lato esasperare e caricare ideologicamente l’antifascismo lo rende sempre più “di parte” e quindi lo indebolisce, dall’altro si attendono parole e gesti netti di adesione ai valori su cui si fonda la Repubblica.
Senza irenismi ma nella lucida consapevolezza alla quale ci ha esortato il presidente Sergio Mattarella: “Quei valori (libertà, giustizia, pace, democrazia, ndr), scolpiti nella nostra Costituzione, non sono soltanto il frutto di una stagione storica: costituiscono il fondamento dei valori della nostra convivenza civile e della presenza dell’Italia nel contesto internazionale. Una condizione ottenuta a caro prezzo, che ci richiama rigorosamente, ogni giorno, alla responsabilità di difenderla e rinnovarla. Il fermo rifiuto di ogni forma di sopraffazione e di ogni deriva totalitaria – quale che ne sia la matrice ideologica o il preteso riferimento religioso che la ispiri – insieme al coraggio dimostrato da donne e uomini nel difendere la dignità della persona, costituisce un patrimonio morale di straordinario valore”. La lunga bandiera arcobaleno che ha attraversato il cuore della città di Carpi e poi issata sulla parete del torrione rappresenta invece l’immagine più bella ed efficace con cui si dovrebbe identificare la memoria del 25 aprile: uno spazio inclusivo in cui tutti si possono riconoscere, dove le differenze hanno piena dimora, dove tutti si possono sentire a casa perché prevalgono le ragioni dell’unità e non quelle delle divisioni.
E’ questa responsabilità quotidiana che interpella i credenti, oggi senza più alibi o incertezze, sollecitati dalla chiarezza del magistero di Leone XIV, da cui è scaturito il “pentagono di pace” che il vescovo Erio ha affidato come mandato alle chiese di Carpi e di Modena, affinchè “ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro. Ogni comunità diventi una ‘casa della pace’, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa”. Ce la faremo una buona volta a sentirci tutti “a casa” per il 25 aprile.




