Aifo,
Chiesa
Pubblicato il Aprile 16, 2026

Aifo, il ringraziamento per le offerte inviate dalle parrocchie della Diocesi di Carpi

Il progetto, a cui hanno partecipato 19 parrocchie della Diocesi, era in concomitanza con la 73ª Giornata mondiale dei malati di lebbra

Sono state 19 le parrocchie della Diocesi di Carpi che a gennaio hanno aderito alla raccolta fondi in concomitanza con la 73ª Giornata mondiale dei malati di lebbra a sostegno dei progetti di Aifo (Associazione italiana amici di Raoul Follereau): San Bernardino Realino, Fossoli, Santa Croce, Panzano, Limidi, San Marino, Mirandola, Quarantoli, Rolo, San Possidonio, Quartirolo, Budrione e Migliarina, Gargallo, Rovereto, Sant’Antonio in Mercadello, San Nicolò, San Francesco e Fossa. Nei giorni scorsi è pervenuto al Centro Missionario di Carpi il ringraziamento di Antonio Lissoni, presidente nazionale di Aifo.

“Grazie di cuore a voi tutti per il vostro impegno in occasione della Giornata mondiale dei malati di lebbra – scrive – . Le offerte raccolte nel vostro territorio sono un segno concreto di vicinanza alle persone malate di lebbra e alle loro famiglie. Per chi vive ancora nella paura o nell’isolamento, il vostro aiuto è un abbraccio che dice ‘Puoi guarire, non sei solo’”. Grazie a questo sostegno, prosegue, “possiamo continuare a garantire diagnosi tempestive, cure gratuite e percorsi di inclusione che permettono a tante persone di tornare a vivere con dignità, come è accaduto a Meque in Mozambico e a molti altri nei Paesi in cui lavoriamo. Spero vorrete continuare a camminare al nostro fianco in questo impegno – conclude il presidente Lissoni – per raggiungere fino all’ultimo villaggio chi è ancora in attesa di aiuto e offrire a sempre più persone la possibilità di un futuro migliore”.

Storia di rinascita in Mozambico

Fra le esperienze pubblicate sul sito di Aifo, c’è quella di Meque, citato nel ringraziamento del presidente Lissoni. Meque vive in un villaggio a Manica, in Mozambico. Un giorno ha sentito alla radio che la lebbra si può curare. Per lui non era una notizia qualsiasi, erano anni che aveva paura. Il formicolio alle mani, le ferite che non guarivano, il timore di contagiare la sua famiglia. Temeva che la sua fosse proprio “quella” malattia. Ha preso coraggio ed è andato al centro di salute più vicino dove, grazie al programma che Aifo sostiene in collaborazione con il Ministero della Salute mozambicano, ha confermato la diagnosi e avviato subito la terapia. Gli è stato insegnato come proteggere le mani e i piedi, come curare ogni giorno la pelle per evitare altre ferite e disabilità. Lo hanno invitato in un gruppo di auto-aiuto, dove le persone si sostengono a vicenda, si incoraggiano e imparano a non vergognarsi più. Mentre guariva, Meque ha ricominciato a vivere. Con piccoli lavori e con l’aiuto della comunità, ha messo da parte il necessario per comprare una moto. Oggi lavora come mototaxi, cioè porta le persone al mercato, collegando anche i villaggi al centro sanitario. Con questo lavoro può mantenere la sua famiglia. Questo è una delle tante storie di rinascita rese possibili da Aifo attraverso la generosità di quanti sostengono i progetti di cura, riabilitazione e reinserimento sociale e lavorativo dei malati di lebbra.

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