Papa
Attualità, Chiesa, Editoriali, Il Settimanale
Pubblicato il Aprile 15, 2026

Papa Francesco un anno dopo. Il potere della misericordia

di don Mattia Ferrari

Tornando con la memoria al 21 aprile, giorno del transito di Papa Francesco, viene in mente la domanda che molti poveri ed esclusi di tutto il mondo facevano: “Chi ci amerà ora?”. Questa domanda è significativa per capire cosa sia stato Papa Francesco: un discepolo di Gesù, scelto dallo Spirito Santo per diventare padre e pastore, che è riuscito a raggiungere con l’amore di Dio le persone in ogni parte del mondo. E in effetti quando pensiamo a cosa ci ha insegnato, se dovessimo riassumerlo in una frase potremmo dire: ci ha insegnato a seguire Gesù, ad amare come Gesù ama. Non lo ha fatto solo con i suoi insegnamenti, che fanno parte del Magistero perenne della Chiesa, ma lo ha fatto anche e soprattutto con i suoi gesti. Penso alla storia di Samy e Bentolo: Samy era un giovane migrante, originario del Camerun, cristiano cattolico, in fin di vita per le torture subite dalla mafia libica.

Quando i gestori del lager capirono che era in fin di vita, lo misero fuori dal lager, lasciandolo per strada. Bentolo, suo amico, anch’egli cattolico, rischiò moltissimo per provare a soccorrerlo e per fargli avere la benedizione, in videochiamata, prima che salisse al Cielo. Papa Francesco, saputa la storia, volle ricevere Bentolo a Casa Santa Marta. Appena lo vide entrare, prima che potesse proferire qualsiasi parola, gli disse: “Grazie per quello che hai fatto per Samy”. Era impensabile che il Papa sapesse il nome di Samy, uno dei tanti giovani migranti risucchiati dal buco nero dei lager in Libia, dimenticati dal mondo. Dimenticati dal mondo, sì, ma non da Dio. E se noi siamo discepoli di Gesù, anche noi dobbiamo ricordarci di loro e riconoscere la presenza di Dio in loro. Papa Francesco lo sapeva, per questo ci tenne a ringraziare Bentolo per aver continuato ad amare anche in contesto così difficile.

Gli episodi sono tanti, perché tante sono le persone povere, ammalate, escluse, che Papa Francesco ha voluto accompagnare come segno che la Chiesa doveva accompagnare tutti. Nei mesi successivi alla salita al Cielo di Papa Francesco, abbiamo sentito tante critiche ingiuste nei suoi confronti. Non vale la pena rispondere, perché Francesco dal Cielo sicuramente non vuole. Preferisce sicuramente, infatti, come ha insegnato, che mettiamo al centro la misericordia di Dio, per tutti, anche per coloro che non capiscono. Questo infatti va ricordato: Jorge Mario Bergoglio, Papa Francesco, ha sempre messo al centro Cristo, nel suo Magistero come nella sua vita spirituale. Guardava sempre a Gesù come riferimento di tutto e aveva una particolare devozione verso la Madonna, secondo tanti Suoi titoli, tra cui quello di Maria che scioglie i nodi, e verso San Giuseppe. Parlando con noi, voleva sempre conoscere le storie di persone o migranti che accompagniamo pastoralmente e ci invitava prima di tutto a pregare, per portare queste persone, questi volti, queste storie, con noi davanti a Dio e così ricevere da Lui ispirazione su come agire. Capitava spesso che guardando le foto di persone che soffrono si commuovesse.

Quando poi incontrava i poveri di persona, li abbracciava e, se avevano ferite dovute a violenze subite, non di rado le accarezzava. La chiave per comprendere tutto questo, per comprendere il suo pontificato e la sua vita, l’ha fornita lui stesso nella sua ultima Enciclica, la “Dilexit nos”, sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo: tutto trova il proprio centro unificatore nel Sacro Cuore di Gesù ed è abbeverandoci a questo Cuore che possiamo trovare la linfa per trasfigurare il mondo. Sì, è così, non è un pensiero astratto: è quello che ci ha mostrato con la sua vita. Papa Francesco è stato capace di amare così e di raggiungere tutti con questo amore perché lui era radicato nel Sacro Cuore di Gesù. E chiedeva a tutti di amare così. Per questo aveva molta stima di persone come mons. Erio Castellucci, a cui Francesco e che spesso elogiava, anche per iscritto, proprio come vescovo. Credo che possiamo dire che in don Erio e in altri pastori che gli erano particolarmente cari vedeva vescovi della “Evangelii gaudium”, il documento bussola dell’evangelizzazione in questa epoca storica, come ha ribadito anche Papa Leone XIV.

In conclusione, a distanza di un anno da quella domanda: “Chi ci amerà ora?”, possiamo dire che la risposta è arrivata ed è esattamente quella che Papa Francesco desiderava: “Ci amerà la Chiesa”. Lo vediamo in tutto il mondo. La Chiesa, guidata da Papa Leone XIV, sta continuando a portare nel mondo l’amore di Gesù, annunciando con gioia il Vangelo e prendendo per mano i poveri, gli ammalati, gli esclusi. Pensiamo agli USA: uno degli ultimi messaggi di Francesco è stata la sua lettera ai vescovi per esortarli ad agire davanti alle deportazioni delle persone migranti. In questi mesi la Chiesa Cattolica negli USA, prendendosi per mano con tante persone di buona volontà, ha fatto tanto, e tanto sta ancora facendo, per essere concretamente accanto a chi subisce o a chi rischia queste deportazioni. E non lo fa per ideologia, ma per Vangelo. Lo fa perché questo è ciò che desidera Cristo. È quello che desidera Papa Francesco. È quello che desidera Papa Leone.

Cosa resta dunque di Papa Francesco? Restano i suoi insegnamenti, incorporati nel Magistero perenne della Chiesa. Resta la sua testimonianza di vita, incisa nella storia umana. E resta un fratello che ci accompagna dal Cielo, dove ci aspetta, con quel Cristo Gesù che lui ci ha aiutato ad amare.

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