Mostraci,
In cammino con la Parola
Pubblicato il Aprile 17, 2026

Mostraci, Signore, il sentiero della vita

Commento al Vangelo di domenica 19 aprile, III Domenica di Pasqua

Dal Vangelo secondo Luca

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, (…). Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni? ». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno (…) Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. (…) Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. (…)

Commento

A cura di Rosalba Manes

Nel brano evangelico Luca ci mostra il travaglio della fede dei discepoli. Per tutti i chiamati alla sequela non è stato facile andare dietro a Gesù, viste le esigenze di questo cammino. Dopo la sua morte però per alcuni la sequela appare insensata e persino impossibile. È ora di tornare a casa, di riabbracciare la vita di un tempo, prima di investirsi in un percorso che ha condotto a un vicolo cieco. Luca si sofferma su due discepoli di Cristo che decidono di salutare quell’esperienza intrapresa con tanto entusiasmo e dire addio a Gerusalemme. Partono risoluti verso Emmaus… Un senso di sconfitta fa capolino interiormente, il cuore è gonfio di tristezza e il passo si fa pesante, lento. La delusione inoltre è nemica della memoria e ha il potere di vanificare tutto, confondendo, ottenebrando. E quando la memoria sbiadisce si può anche avere una mèta ma si è comunque perduti. Senza memoria si perde il senso della propria chiamata e senza consapevolezza della propria chiamata si va verso un traguardo che più che una mèta è un abbaglio.

I due se ne vanno da Gerusalemme, quella città che dovrebbe profumare di pace – come dice il suo nome, che contiene la parola shalom – e che invece è satura di odio. Imboccano la strada del ritorno, ma il silenzio fa paura e iniziano a conversare, accendono il dialogo che libera la forza della compagnia che sola tiene a bada le angosce del cuore umano. Parlano i due, colmando con parole i vuoti interiori e qualcuno si avvicina con delicatezza per chiedere ospitalità nella conversazione. Il Maestro in carne ed ossa… si finge forestiero e dice di non sapere cosa sia successo di recente a Gerusalemme. Finge non per mentire, ma per guarire. E per dal senso di delusione, libera la domanda: “Che cosa è successo?” e i due sono un fiume in piena… Raccontano di Gesù, delle sue opere e delle sue parole, della cattura, della condanna e dell’esecuzione, delle donne che al sepolcro non hanno trovato il corpo del Maestro e dicono che egli è vivo. Raccontano di aver sperato e confessano di aver ormai smarrito la speranza, tanto da rinunciare a indagare sulla vicenda della tomba vuota. Ed è a questo punto che il forestiero interviene e prende la parola… solo dopo che i due di Emmaus hanno fatto l’autodiagnosi della loro perdita di speranza. Formando i discepoli alla sequela, il Maestro aveva parlato della sua passione come via per accedere alla gloria. Perciò il forestiero li scuote perché si sveglino e mostra come le Scritture hanno ampiamente parlato della sofferenza che fa entrare nella gloria.

E mentre il Maestro parla, giungono finalmente ad Emmaus. Egli mostra di voler proseguire, ma i due non vogliono lasciarlo andare. Gli chiedono di restare perché il buio della sera riaccende le paure, e a tavola mentre il forestiero benedice, spezza e distribuisce il pane, accade il riconoscimento: “è il Signore!”. Egli però subito scompare e nel cuore dei due si risveglia la memoria, si riattiva la fede, si riaccende la voglia di continuare il cammino e il desiderio della comunione con gli altri. Il Maestro è vivo e chiede ancora di seguirlo lungo le vie del mondo, non come individui che si rifugiano nelle proprie sicurezze o nel benessere personale, ma come comunità di fratelli e sorelle che sanno nutrire la memoria dell’incontro con Cristo e ravvivarla mediante la preghiera, la testimonianza, la forza dei sacramenti e degli affetti.

L’opera d’arte

Francisco de Zurbaràn, Cena in Emmaus (1639), Città del Messico, Museo Nacional de San Carlos. L’episodio della “cena in Emmaus” è un soggetto frequente nella storia dell’arte, rappresentato da grandi maestri come Pontormo, Caravaggio, Velàzquez. La versione di Zurbaràn, uno dei maggiori artisti del Seicento spagnolo – le cui opere erano molto richieste anche nelle colonie del Nuovo Mondo – si caratterizza per una grande semplicità: la scena è ambientata davanti ad un tavolo con i tre personaggi disposti simmetricamente e – aspetto inconsueto – all’aperto, con un paesaggio sullo sfondo.

Non ci sono ricche pietanze o stoviglie, né reazioni enfatiche da parte dei discepoli, né personaggi secondari, quali l’oste o la cameriera, che facciano distogliere l’attenzione. Al contrario, attraverso l’uso sapiente di luci ed ombre, lo sguardo dell’osservatore è attirato verso il volto e le mani di Cristo, il misterioso personaggio al centro: egli, “travisato” con l’abito e il copricapo da pellegrino di Santiago de Compostela – colui che si mette in cammino per la fede – è colto nell’atto di spezzare il pane, momento in cui, come dice il Vangelo, i discepoli finalmente lo riconobbero.

V.P.

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