Il
In punta di spillo
Pubblicato il Maggio 8, 2026

Il cielo senza rondini un segno che dice tanto sull’arroganza dell’uomo

In punta di spillo, rubrica a cura di Bruno Fasani

In questi primi spicchi di maggio mi trovo a guardare il cielo. Guardo e non ci sono le rondini. L’aria intorno è vuota del loro garrire e manca dei ricami delle loro virate rapide e guizzanti. Non me n’ero accorto, probabilmente perché anch’io sono figlio di questo tempo, abituato a guardare sempre in basso, nell’impressione che la vita scorra solo sugli spazi del suolo, trascurando ciò che vive in alto, a cominciare da Dio. Considero grave non aver notato prima che nel cielo mancano le rondini, perché non si tratta soltanto di un dato dell’esperienza, ma anche di una perdita per strada della cultura che ci ha accompagnato per secoli. Prima che la memoria del patrono d’Europa venisse spostata dal 21 marzo all’11 luglio, per evitare che bisticciasse con la liturgia della Quaresima, nessuno era all’oscuro del detto che “a san Benedetto la rondine era sotto il tetto”. Non era solo un dato di fatto, era anche una metafora di speranza, simbolo della vita che riprendeva vigore dopo il gelo dell’inverno, perché nessun inverno è mai riuscito ad averla vinta sulla vita.

Anche là dove il grande santo monaco era meno di casa, la presenza della rondine era il primo barometro per raccontare l’arrivo della primavera. “Per l’Annunziata, la rondine è tornata” diceva la gente, facendo riferimento al giorno di inizio della vita terrena del nostro Redentore il 25 marzo. Perfino Aristotele, quattro secoli avanti Cristo, osservava il cielo per dirci che “una rondine non fa primavera”. Anche questa era una sapienziosa metafora per ricordarci che un segnale, da solo, non basta per consentirci di tirare conclusioni generali e definitive. Guardo in alto e non incrocio con lo sguardo i loro voli. Chissà dove sono ora le poche rondini che, lo scorso autunno, avevano intrapreso il viaggio migratorio di ritorno verso le terre più calde dell’Africa subsahariana. Diecimila chilometri in andata e diecimila al ritorno ogni anno, ad una velocità straordinaria, fino a raggiungere i 100 Km. l’ora.

Torneranno? O anch’esse ci abitueranno ai loro ritardi, al pari dei nostri treni ad alta velocità? La speranza è l’ultima a morire (quantomeno per la natura) ma le ragioni per temere non mancano. Gli ambientalisti sono qui ogni giorno a raccontarci il perché di questo fenomeno. I pesticidi che riducono moltissimo la quantità di insetti indispensabili per la loro sopravvivenza. E poi l’incremento di uccelli predatori, le variazioni climatiche e le modificazioni ambientali dei nostri paesi. Scomparse le stalle aperte, dove le rondini nidificavano a preferenza, così come i fienili o le case diroccate, sulle cui pareti attecchivano più facilmente i loro nidi fangosi. Se gli esperti ci soccorrono con le loro diagnosi, davanti a questi fenomeni resta a noi, a cominciare da noi cristiani, ritrovare il gusto del silenzio e della contemplazione del mondo. Si tratta di restare in ascolto, cercando risposte capaci di riparare le ferite che abbiamo causato.

A cosa serve, si chiederà qualcuno? Ser ve a comprendere che la creazione non può essere lasciata in balia della sola tecnica, che spesso trasforma e distrugge. E neppure in balia di una coscienza centrata soltanto sull’uomo, trasformato in padrone del mondo e, qualche volta, nel suo carnefice.

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