Acclamate Dio, voi tutti della terra
Commento al Vangelo di domenica 10 maggio
Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Commento
A cura di Rosalba Manes
Nel Vangelo della VI domenica di Pasqua Giovanni ci fa sostare ancora nel cenacolo e ci permette di ascoltare alcune delle ultime parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli. Il Maestro, che ha lavato loro i piedi ed è andato fino in fondo nell’arte del servizio, scendendo fino alle radici della loro persona per dire loro la sua dedizione e manifestare l’abbraccio integrale alla loro vita, parla ora di amore, di inabitazione, di memoria e di pace. Perle preziosissime che escono dalla sua bocca per poter essere raccolte una ad una a formare un deposito cui poter attingere di generazione in generazione. Gesù annuncia ai suoi che è vicino il tempo della sua partenza, del suo ritorno al Padre, viaggio penultimo perché precederà una sua nuova venuta.
In questo luogo dove le tenebre del tradimento non hanno potuto prevalere e sono state vinte dalla luce di un amore limpido, forte e irreversibile, Gesù invita i suoi a consacrarsi all’amore. L’amore non può mai essere un’imposizione, ma solo una proposta, un’opzione. Esso intercetta lo spazio sacro della libertà. Dinanzi a Gesù e al dono della sua vita offerta liberamente per amore degli uomini e della loro salvezza, c’è la possibilità di chiudersi oppure di accoglierlo amore: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. L’amore è una potenza che rivoluzione la vita. È l’esperienza che procura più fecondità in chi la pratica. L’amore attira amore e permette all’essere umano di dilatare i propri confini e di farsi casa per gli altri.
Amando il Maestro infatti si dà ospitalità all’alterità divina che si fa conoscere mediante le sue parole. Questa accoglienza diviene la porta di ingresso del Dio-Trinità d’Amore nel cuore del credente. Entrando nell’amore, ogni discepolo permette a Dio di entrare in sé, nella propria vita, nelle proprie relazioni, nelle proprie scelte e di abitarle dando loro la sua stessa forma, comunicando loro il suo stesso stile. L’amore e l’obbedienza vanno insieme. Si può obbedire infatti solo per amore. L’obbedienza per amore crea uomini e donne liberi, l’obbedienza per paura crea schiavi.
Amare Gesù signifi ca ascoltare il Padre, sviluppare come il Maestro un cuore filiale capace di dialogo continuo col Padre e di un abbandono costante alla sua volontà. Amare Gesù signifi ca inoltre saper attendere quel dono sorprendente del Padre che è lo Spirito Santo, il Paraclito, l’amico fedele, l’avvocato e l’intercessore che ha anche la funzione di istruire interiormente, di ricordare e di attualizzare le parole di Gesù. Il Maestro si ricongiunge al Padre ma non lascia i suoi da soli, li immercon ge in quell’atmosfera salubre del donare e dell’amare di cui lo Spirito di Dio è garante.
Poi Gesù comunica il dono che lascia ai suoi prima di concludere la sua vita terrena: la pace, una pace diversa da quella del mondo. E qui Gesù parla di mondo non come sinonimo di umanità, ma come quell’esperienza umana che resiste ostinatamente all’amore di Dio. Mentre la pace del mondo è fragile e passeggera, basata su compromessi e spesso manipolata per meschini interessi, la pace che Gesù dona è forte e sicura perché impregnata della sua comunione con il Padre.
Il tempo di stare insieme in quella dinamica di un discepolato fatto di parole, sguardi, contatto, condivisione, sta ormai per concludersi. Gesù va al Padre, da colui che lo ha mandato, la cui volontà è stata ininterrottamente il suo cibo quotidiano. E va come si va a una festa, invitando i suoi discepoli a rallegrarsi, a gioire perché nell’abbraccio tra il Padre e il Figlio c’è il senso di tutte le cose e la loro pienezza. Nell’abbraccio tra il Padre e il Figlio tutti, anche gli apolidi, trovano casa e i credenti generosi di cuore scoprono lo stile più consono a loro: abbracciare Dio, l’uomo e la storia.
L’opera d’arte
Maestro di Flémalle, Trinità, part. (1410 ca.), Francoforte sul Meno, Städelsches Kunstinstitut. “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità”. L’unione delle tre Persone della Trinità è ben rappresentata nella tavola qui fianco, attribuita al cosiddetto Maestro di Flémalle, attualmente identificato con il grande pittore fiammingo Robert Campin. Insieme ad altri due pannelli conservati a Francoforte, l’opera è ciò che rimane di un polittico di cui oggi non si conosce l’esatta provenienza ed è dipinta a grisaille, cioè a monocromo, rendendo le sfumature in toni di grigio.
Le tre figure sono collocate entro una finta nicchia: il Padre sorregge il Figlio esanime, come mostrandone il corpo all’osservatore; sulla spalla del Cristo è poggiato lo Spirito Santo sotto forma di colomba. Attraverso un accentuato chiaroscuro, i personaggi sono modellati quasi fossero statue di marmo. Questo sapiente uso di luci ed ombre contribuisce a creare un accentuato effetto espressivo, dando vita ad un dipinto che si è posto come uno dei punti di riferimento della scuola fiamminga quattrocentesca.
V.P.




