Patrono
Carpi, Chiesa, Speciale Patroni
Pubblicato il Maggio 28, 2026

Patrono di Carpi, omelia del vescovo Castellucci

Lo scorso 20 maggio, alla Messa Pontificale in Cattedrale, l’omelia del vescovo Erio Castellucci sull’attualità del messaggio di San Bernardino per la pacificazione civile

Foto di Nicola Catellani

 

Mercoledì 20 maggio, la Diocesi e la Città di Carpi hanno vissuto la festa del Patrono San Bernardino da Siena. Dopo i vespri nella chiesa intitolata al Santo Patrono, si è svolta la processione, guidata dal vicario generale, monsignor Gildo Manicardi, con il reliquario del Santo trasportato dai volontari dell’Unitalsi e con l’accompagnamento musicale del Corpo bandistico Città di Carpi. All’arrivo in Cattedrale, la solenne celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Erio Castellucci. Tanti i fedeli presenti, insieme alle Autorità Civili, con il gonfalone della Città di Carpi, e Militari. Numerosi i sacerdoti concelebranti anche dalla diocesi di Modena con i seminaristi. I canti sono stati eseguiti dalle Corali Riunite della Diocesi di Carpi.

Al termine della celebrazione eucaristica è stato assegnato il Premio Mamma Nina 2026 al progetto EroStraniero, promosso da Cooperativa Il Mantello, Masci Carpi 1, Udi e Azione Cattolica.

Nell’omelia, ispirata al parlare “chiarozzo chiarozzo” – cioè in modo schietto e diretto – che era la cifra stilistica del Santo senese, monsignor Castellucci si è soffermato sull’attualità della predicazione di San Bernardino come messaggero di pace e di fraternità. Di seguito il testo integrale dell’omelia.

 

Dire chiaro, breve e bello. San Bernardino si rifaceva a queste regole dell’omiletica medievale: dire chiaro – anzi, “chiarozzo chiarozzo”, breve e bello, “acciò che chi ode ne vada contento e illuminato e non imbarbagliato”. Delle tre caratteristiche, posso assicurare solo la brevità, non la chiarezza e la bellezza. Ma sono certo che delle tre è la più apprezzata, perché la predica corta lascia comunque felici. Uno dei passi più famosi del magistero di papa Francesco è questo: la predica deve essere al massimo di otto minuti, “perché altrimenti la gente si addormenta, e ha ragione” (10 giugno 2024).

JHS: il simbolo di Cristo unisce, i blasoni dividono

Un minuto l’ho già utilizzato. Gli altri vorrei dedicarli a San Bernardino e la pace. La sua predicazione toccava tutte le sfumature della pace: perdono, riconciliazione, superamento dell’odio e del risentimento, adesione alle beatitudini e in particolare proprio alla settima, “beati gli operatori di pace”. Annunciando il Vangelo nelle città del XV secolo, spesso divise e dilaniate da lotte interne tra le famiglie e da faide tra le fazioni, il Santo usava parole taglienti contro la prepotenza, l’aggressività e la violenza. Arrivò più volte a provocare le casate e le istituzioni rivali, chiedendo loro di sostituire il proprio stemma con il cristogramma JHS, perché solo il simbolo di Cristo unisce, mentre i blasoni dividono. Per aiutare il popolo a percepire la differenza tra pace e guerra, invitò a pronunciare le due parole in modo da marcare la leggerezza della prima e la ru della seconda: “È tanto dolce cosa pur questa parola pace, che dà una dolcezza a le labra! Guarda el suo opposito, a dire guerra! È una cosa ruvida tanto, che dà una rusticheza tanto grande, che fa inasprire la bocca” (Novellette ed esempi morali. La pace, I). Sono spunti onomatopeici che oggi possono farci sorridere, ma che erano efficaci nel popolo, perché facili da ricordare e ripetere a casa, ai propri figli e nipoti.

Perdonare le ingiurie è “voler bene a la sua città”

Le tensioni familiari e civili erano spesso al centro della sua predicazione, perché la pace per lui era il vertice dell’annuncio di Gesù: “Io ho una tela grandissima di genti che sono in guerre, di mogli con marito e di marito con mogli; e simile, anco di molte altre persone, ché credo avere uno fascio di scritte, di memorie, di questioni che sono fra cittadini, l’uno contra a l’altro (…). Cittadini miei, rabbracciatevi insieme; e chi ha ricevuto ingiurie, perdoni per l’amore di Dio, e in questo dimostrarà di voler bene a la sua città. Hai l’essemplo della vita di Cristo; sempre disse: pace; non trovi che niuna cosa tanto teneramente raccomandasse, quanto la pace” (Ibid., II).

“Teologia della concordia” e “teologia della prosperità”

Nell’annuncio evangelico di Bernardino ci sono spunti notevoli di quella che si podezza trebbe definire “teologia della concordia”. La pacificazione civile, a suo parere, è la trama che sostiene e permette anche la prosperità sociale. Quanto più una città vive in pace, tanto più prospera. Ecco una famosa sentenza da lui coniata: “chi è in ostinazione, sta male il fatto suo”; cioè chi vive in un conflitto permanente, è la prima vittima della sua testardaggine. E questo non vale solo per i singoli, ma anche per le comunità. Una prospettiva che si estendeva per Bernardino anche al benessere economico – una città o una nazione in pace progredisce, in guerra regredisce – ed è di grande attualità. In un’epoca come la nostra, nella quale torna con prepotenza (letteralmente) la follia della guerra, spacciata come soluzione dei problemi e fattore di progresso, ha preso piede in una parte del mondo la “teologia della prosperità”, basata su calcoli finanziari ed economici vantaggiosi solo per i potenti; una teologia che legittima i conflitti armati come parte dello sviluppo di una cultura.

Legittimare le guerre nel nome di Dio è una “bestemmia”

Questa teologia avariata, a cui aderisce anche l’attuale Presidente degli Stati Uniti, vuole legittimare le guerre chiamando in causa il nome di Dio, che starebbe dalla parte del più forte. Papa Leone, con il suo predecessore, ha definito “bestemmia” il coinvolgimento del nome di Dio nei conflitti armati; e chi lo fa ritenendosi cristiano e strumentalizza quel nome di Gesù che Bernardino aveva divulgato come strumento di pace, opera contro il Vangelo e contro l’umanità.

Cosa direbbe oggi Bernardino se andasse a Mosca, Gerusalemme, Teheran…

Non sappiamo – ma possiamo immaginare – che cosa direbbe oggi il Santo, se oltre a percorrere le piazze d’Italia si recasse all’estero, nelle capitali dei Paesi in guerra. Cosa direbbe, ad esempio, se a Mosca sentisse il Patriarca ortodosso inneggiare all’invasione dell’Ucraina come a “guerra metafisica” contro l’Occidente secolarizzato (7 marzo 2022)? O se passasse da Gerusalemme per apprendere dell’attacco criminale dei terroristi di Hamas, che uccidono in nome di Dio? O per sapere che pure la sproporzionata reazione del Governo israeliano ha coinvolto la religione, lanciando contro Gaza i “carri di Gedeone”? O se andasse a Teheran per constatare che da oltre quarant’anni il Paese è comandato da una dittatura teocratica?

… la pace è dolce e conviene a chi la costruisce

Probabilmente Bernardino non crederebbe a ciò che vede e sente. Lui, uomo del Medioevo che si affaccia all’Umanesimo, avrebbe forse solo continuato a dirci che la pace è dolce e la guerra è ruvida, che la pace è il vertice del Vangelo e che conviene – in tutti i sensi, anche economico – a chi la costruisce. E avrebbe continuato imperterrito, con San Paolo, ad esclamare: “guai a me se non predicassi il Vangelo”; forse, da arguto toscano, avrebbe aggiunto: “E tanti guai vengono a voi se non lo ascoltate”.

 

 

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