La
In punta di spillo
Pubblicato il Luglio 16, 2026

La forza del seme di Dio capace di farci nascere ogni giorno fino alla morte

In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani

Diciamolo senza paura: la fede è uno scandalo per gli uomini di tutti i tempi. Che ci sia un Dio che ha dato l’esistenza agli esseri e alle cose, che dice di prendersi cura di noi, assicurandoci che conosce perfino il numero dei capelli che abbiamo in testa, che è venuto nella storia a mostrarci il suo volto nel volto di un uomo, che è stato ucciso ma è risuscitato ed è tornato al Padre per prepararci un posto… beh, tutto questo rischia di portare la mente, abituata a misurarsi con la logica stretta della razionalità e la concretezza dei fatti, a lasciarsi sedurre dal dubbio e dall’incredulità. Siamo allo scandalo della croce di cui parlava già san Paolo, a suo tempo considerata stoltezza da un gran numero di suoi uditori. Sarebbe interessante, per venire a noi, sentire l’eco di un dibattito su questi temi dentro ad un’aula scolastica o, in un ipotetico confronto sui social oggi maggiormente frequentati.

Eppure, anche andando contro le ragioni della ragione, la fede rimane l’unica sorgente di speranza, dentro un mondo che sembra averla irrimediabilmente perduta. Ne avvertivo la forza in quella pagina evangelica, ascoltata nei giorni scorsi, in cui Gesù si paragonava a un seminatore, ostinato a far cadere il seme della sua Parola sorgente di vita, fino alla fine del mondo. Un inno di speranza, che sta lì a dirci che il male non è mai irreversibile, a dispetto delle spine, dei sassi, dell’incostanza dei nostri comportamenti.

Jean Guitton, filosofo cattolico francese, parlando di san Carlo De Foucauld, il grande convertito ucciso nel 1916, disse che “continuò a nascere, senza cessare, fino alla morte”. Con altrettanta forza, san John Newman, prete anglicano convertito al cattolicesimo e poi divenuto cardinale e dottore della Chiesa, affermava che “vivere è cambiare”. Non il mutare del sasso che rotola, simbolo dell’inconsistenza umana, ma quello profondo causato dalla Parola di Dio capace di renderci nuovi, di spuntare dentro la coscienza con la forza di un seme, che si fa largo tra gli spuntoni rocciosi o tra le fessure dell’asfalto con il sole a picco.

Dio sa che è ognuno di noi quella roccia e quell’asfalto bruciato, ma anche zolla di terreno buono. Lo ricordava il mio parroco, in una delle sue meravigliose omelie, quando denunciava l’aggressività sociale diffusa, ossia quel sentire, diventato ormai un costume, per cui davanti alle sconfitte umane bisogna cercare sempre un colpevole da mettere alla gogna, oppure cercarlo dentro noi stessi, finendo per crearci dei sensi di colpa, che nulla hanno a vedere con il pentimento vero e la conversione.

Gesù che ha sperimentato il rifiuto dei tanti che gli hanno girato le spalle, quando annuncia la parabola del seminatore, sa che il seme portato via dagli uccelli voraci, che muore sotto il sole perché senza radici profonde o inaridisce tra le spine delle nostre mille preoccupazioni, altro non è che la fotografia della natura umana e, quindi, di ognuno di noi. Ma sa anche che, dentro questi limiti, di cui ha compassione, c’è posto anche per il terreno buono. Da qui la sua ostinazione a seminare. Talvolta mi chiedono: quando ti è venuta la vocazione? La cerco ogni giorno, all’alba quando apro il Vangelo, è la mia risposta, sapendo bene quanti sassi e rovi ci sono ancora da togliere. Sta qui il nostro nascere, senza cessare, fino alla morte.

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