Pubblicato il
9 Settembre 2026“Da soli non ce la facciamo”. L’appello alla politica per una legge sui caregiver
di Luigi Lamma
È divenuta ormai virale la frase ritrovata nella casa di Bianca, bambina di 5 anni gravemente disabile, anche lei morta insieme ai suoi genitori: “da soli non ce la possiamo fare”. E’ un grido di aiuto che si alza forte da milioni di persone (secondo gli ultimi dati ISTAT circa l’11,8% della popolazione sopra i 15 anni) che nel nostro paese svolgono il ruolo di caregiver, spesso ancora in età lavorativa, sopportando carichi di lavoro assistenziale non indifferente. La situazione dei caregiver pur avendo molti tratti comuni, presenta anche delle tipologie che non si possono ignorare, da un lato c’è chi assiste le persone con disabilità dalla nascita e dall’altro chi si confronta con le condizioni di disabilità acquisita, entrando in un circolo, che diviene vizioso anziché considerarlo una conquista, tra allungamento della vita e qualità delle condizioni in cui questa si deteriora giorno dopo giorno a causa delle malattie, specie quelle neurodegenerative. La situazione rischia di divenire esplosiva senza un intervento dello Stato che sia da un lato di riconoscimento effettivo e omogeneo su tutto il territorio nazionale di questa figura, e sia con una copertura economica adeguata.
Il Disegno di Legge sui caregiver familiari prevede un riconoscimento economico ma solo a chi si trova in condizioni, potremmo dire, di povertà assoluta. Da qui la reazione delle associazioni che lo ritengono “lontano anni luce dal costruire risposte ai bisogni di quei milioni di cittadine e cittadini italiani che ogni giorno, per anni, decenni, e se genitori fino alla fine della propria vita, affrontano la sfida ed il peso del dare cura”. Ricordiamoci che abbiamo un sistema sociale e sanitario che ha il dovere di prendersi cura di queste situazioni e non scaricare tutto sulle famiglie: occorre aggiornare la rete dei servizi alla luce di questo scenario che si va prefigurando. Se da un lato può essere in parte vero che la famiglia, se adeguatamente supportata, volentieri si prende cura del proprio congiunto, è un fatto oggettivo che il panorama dell’assistenza domiciliare sta decisamente cambiando verso una complessità e gravità di patologie. Riconoscimento, copertura economica, rete dei servizi…c’è un aspetto però che deve essere maggiormente evidenziato e anche attraverso un provvedimento legislativo dovrebbe emergere, quello di “non essere abbandonati ad un carico insostenibile”.
Se si comincia ad associare l’assistenza ai disabili e ai malati alle parole abbandono, isolamento, assenza di speranza… ci si incammina su strade che inevitabilmente inducono alla disperazione (bene lo spiega uno psichiatra nel servizio all’interno del giornale a pagina 3). O quanto meno ad alimentare la narrazione dei fautori dell’eutanasia, solo momentaneamente mascherata dai provvedimenti legislativi regionali, ultimo quello del Veneto, introdotti per normare il suicidio assistito. Occorre un segnale forte e, possibilmente, bipartisan da parte della politica per una legislazione sui caregiver che sia frutto di ascolto dei reali problemi delle famiglie. Quel messaggio “da soli non ce la facciamo” però ha una valenza più ampia, e ci riguarda da vicino: troppo comodo quando ci sono di mezzo delle relazioni di aiuto, spesso complicate, lavarsene le mani e scaricare tutto sulla politica e sui servizi.
Chi non ha avuto nella sua storia familiare o nel giro di amicizie situazioni di questo tipo? Chi si è messo in gioco con una parola, con un po’ di tempo, offrendo il supporto della comunità parrocchiale? A ripensarci abbiamo trovato una scusa per tutto così da ritagliarci un posto da protagonista nel racconto del “buon samaritano”. Dietro le porte delle abitazioni, osserva il cardinale Baldo Reina commentando il fatto accaduto nella “sua” Roma, “possono consumarsi solitudini, fragilità, paure e disperazioni che troppo spesso rimangono invisibili”: “una città non può dirsi veramente umana quando qualcuno soffre accanto a noi e noi non ce ne accorgiamo”. Di qui l’interrogativo rivolto alle comunità: “siamo davvero luoghi nei quali chi è ferito, solo o smarrito può trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo e accompagnarlo?”.




