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18 Settembre 2026Il Signore è vicino a chi lo invoca
Vangelo di domenica 20 settembre
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perchè ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”.
Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone (…). Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Commento
A cura di Mons. Francesco Lambiasi
Per quanto si legga e rilegga, la parabola degli operai della vigna sembra fatta apposta per ottenere l’effetto sgradevole di una provocazione urticante. Come può essere giusta una giustizia che fa parti uguali tra disuguali? Può essere divina una giustizia, a prima vista, così poco umana? La nostra reazione scandalizzata è motivata dal fatto che la conclusione della parabola supera le premesse: perché nella parabola i primi operai vengono pagati come gli ultimi. Ma la conclusione che ne tira Gesù va ben oltre un livellamento delle posizioni e annuncia un completo rovesciamento delle parti: “gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi”. A rincarare la dose è il dato che questa sentenza caso unico in tutto il Vangelo di Matteo – ricorra pari pari immediatamente prima dell’inizio del brano e, poi, al termine. Una frase, questa, che fa da cornice in apertura e in chiusura di tutta la parabola.
Ancora una volta, un Vangelo di rottura. Per coglierne la buona notizia, dobbiamo ricordare innanzitutto il contesto storico. C’è aria di assordante chiacchiericcio attorno a Gesù: a molti “giusti” che fanno la siepe attorno al rabbi di Nazaret non va proprio giù che il maestro se la faccia con i peccatori, e tanto meno suona “politicamente corretta” quella inammissibile inversione dei termini tra “i primi e gli ultimi”, che egli continuamente e quasi accanitamente ripropone. Ma Gesù tira avanti imperterrito nell’infrangere questo insostenibile complesso di superiorità. Abbiamo ascoltato la sua autodifesa di fronte al cicaleccio brontolone dei benpensanti: “Amico – dice il padrone a uno degli operai della prima ora – sei tu invidioso perché io sono buono?”. L’agire di Gesù è a tolleranza-zero: non può benedire l’invidia dei presunti giusti di fronte alla bontà di un Dio che si mostra Padre misericordioso per tutti i suoi figli.
Qui sta il cuore della parabola: nell’annuncio dell’in-credibile misericordia di Dio, che può stabilire una vera parità tra i suoi figli, abolendo ogni privilegio e agendo unicamente in base al criterio della più pura gratuità, contro ogni forma di boriosa meritocrazia. Perché – ricordiamolo sempre – quel padrone della parabola è Dio Padre. E gli operai della vigna sono tutti suoi figli. E i suoi figli sono tutti peccatori. E un vero padre non conteggia il merito dei figli, ma ne intercetta il bisogno. Del resto quale merito puoi rivendicare tu, di quali opere ti puoi vantare se hai ricevuto tutto? direbbe s. Paolo. Tutto è dono, tutto è grazia, e anche “i nostri meriti sono suoi doni”, esclama il cantore della grazia, Agostino: è per grazia che ci è dato perfino di poter acquisire meriti. E’ Dio che “nella sua bontà, ci rende capaci non solo di volere, ma anche di agire” (Fil 2,13).
Qual è allora il margine in più di ricompensa per chi ha lavorato fin dal mattino? E’ il vantaggio di aver amato il Signore, di aver lavorato per lui, di aver avuto l’impagabile onore di essere stati sempre con lui. Come il figlio maggiore a cui il padre della parabola secondo Luca dice: “Figlio, tu sei sempre con me e ciò che è mio è tuo”. Se i primi non accettano questa logica superiore, sdrucciolano sul piano inclinato del giustizialismo più bieco e del più miope fiscalismo.
Dio apprezza la nostra ‘manodopera’ e ne va lieto e fiero, ma non ci riduce a bassa manovalanza. Noi riconosciamo stupiti e commossi che è suo il capitale di questa misteriosa ‘società per azioni’ che egli vuole realizzare con noi. E sua è l’energia affidata alle nostre fragili mani. Ecco il vangelo della misericordia: Dio non è giusto e anche misericordioso, e non è misericordioso nonostante sia giusto. Insomma non c’è giustizia senza misericordia: questo codice vale per Dio Padre. Vale per la Chiesa nostra madre. Perciò non può non valere anche per noi suoi figli.
L’opera d’arte
Parabola dei lavoratori della vigna, Codice Aureo di Echternach (1030-1040 ca.), Norimberga, Museo nazionale germanico. Il Codex Aureus Epternacensis, con le sue miniature, fu realizzato nell’abbazia di Echternach, oggi in Lussemburgo. Fra le parabole raffigurate, vi è anche quella dei lavoratori della vigna, articolata su tre registri. Nel primo in alto, il padrone assume quattro operai, due dei quali hanno in mano una zappa, poi un secondo gruppo speculare. Nel registro centrale undici personaggi sono faticosamente al lavoro nella vigna, alcuni sempre con la zappa, altri tendono le viti; un altro ancora, all’estremità a destra, si piega in due per il caldo, come suggerisce la striscia gialla sullo sfondo ad indicare il sole battente.
Sfondo che, invece, nel registro in basso è verde, a simboleggiare l’ora ormai tarda, quando il padrone dà la paga ad un primo gruppo di lavoratori; nel riquadro finale è il servo del padrone a dare il salario agli operai, uno dei quali, per la sua protesta, è redarguito dal padrone stesso con il dito puntato verso di lui. Come nelle altre pagine del Codice Aureo, colpisce la vivacità narrativa nella resa del racconto, oltre che la luminosità dei colori.
V. P.




