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25 Settembre 2026Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
Vangelo di domenica 27 settembre
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
Commento
A cura di Mons. Francesco Lambiasi
Nel regno di Dio non si vive di dichiarazioni roboanti, di aridi, vuoti paroloni. Si vive di atti e di fatti. Con Gesù, secondo Matteo, si va producendo una situazione strana, paradossale, che già si era verificata con il Battista: i capi del popolo sono sempre pronti a sfoderare i grandi principi, ma di fatto se ne servono solo per respingere al mittente l’appello alla conversione. Invece pubblicani e prostitute, giudicati refrattari e indegni di entrare nel regno di Dio, hanno accolto l’invito del Battista, così come ora stanno facendo con Gesù, e si arrendono, gioiosamente disarmati, alla sua offerta strabiliante: si viene perdonati gratis.
In un dibattito che si è verificato a Gerusalemme negli ultimi giorni della sua esistenza terrena, Gesù ha fotografato la situazione in corso con la parabola dei due fratelli. Il più grande che dice di andare a lavorare nella vigna ma poi non ci va, rappresenta l’Israele del tempo di Gesù. Il fratello più giovane rappresenta i peccatori contemporanei di Gesù: a prima vista non si erano presi alcun impegno di entrare nella vigna del regno di Dio e invece ci sono entrati. Nel commento alla parabola Gesù passa dal loro al voi: le sue parole riguardano direttamente i primi interlocutori che lo ascoltano, ma coinvolgono anche i lettori di Matteo fino ad arrivare a noi qui, oggi. Cosa vuole dirci Gesù con il racconto della parabola dei due fratelli e con la lezione che ne tira: “Voi, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti”?
Oggi, noi cristiani di antica tradizione, rischiamo una fede anemica, fiacca, scolorita: finiamo per pensarla come pensan tutti, di fare come fan tutti. Diamo per scontato il Vangelo, ma un Vangelo che perde la sua nota di “lieta notizia” si può chiamare ancora “vangelo”? Le nostre terre hanno nuovamente bisogno di un “primo annuncio” della fede. Occorre ripresentare Gesù come una “lieta notizia” di salvezza, appunto come un “vangelo”: una notizia fresca, appassionante, capace di dare senso, colore e sapore alla vita: al lavoro e alla festa, alla cultura e all’educazione, agli affetti e alle relazioni, alle gioie e ai mali, alla convivenza sociale, civile, politica.
Qual è la tentazione di noi cosiddetta “gente di chiesa”? E’ quella di dare per scontato questo annuncio del vangelo, e quindi di reagire con l’annoiata sazietà delle cose troppe volte dette e ridette, promesse e rimangiate. Invece dovremmo rispondere con una seconda conversione: se la prima fa passare dalla non fede alla fede, la seconda conversione fa transitare da una fede stanca e spenta a una fede riaccesa, intensa, attraente. Il rischio per noi non è quello di andarcene di chiesa sbattendo la porta, ma di rimanere seduti a sbadigliare. Succede sempre così, quando Gesù si riduce a personaggio, pur grande, del passato, o magari ad argomento da dibattito, e perde i connotati di una persona vera, viva, incontrabile, che può cambiare la vita.
Gesù invece si è definito “la Vita”. Dichiarandosi tale, intende porsi al centro della ricerca dell’uomo, di ogni uomo, non come qualcosa, che magari fa parte della vita, ma proprio come la vita stessa. Con Cristo o senza Cristo cambia tutto. Con lui o senza di lui la vita non è più la stessa. Gesù è davvero la buona, grande, lieta notizia. Oggi non si può essere cristiani per abitudine o per convenzione. Lo possiamo essere solo per convinzione e per scelta. Lo possiamo ridiventare solo per un nuovo innamoramento. Dobbiamo riandare all’amore di un tempo, come si legge nella lettera dell’Apocalisse alla Chiesa di Efeso: “Ho da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima” (2,4). Tra il dire – di andare a lavorare nella vigna – e il fare – andarci effettivamente – non c’è di mezzo il mare. Quando l’amore è vivo, ardente e attivo, tra il dire e il fare c’è il verbo amare.
L’opera d’arte
Maestro dei mesi, Settembre (1230 circa), Ferrara, Museo della Cattedrale. Settembre mese di vendemmia, dunque di intenso lavoro nella vigna, a cui sono chiamati i due figli protagonisti della parabola di questa domenica. Un’attività “scolpita” nell’allegoria all’interno del ciclo dei mesi, raffigurati attraverso i lavori della terra, che ornavano la Porta dei Pellegrini sul fianco meridionale della Cattedrale di Ferrara.
Di questo mirabile ciclo è a noi sconosciuto l’autore, detto appunto “Maestro dei mesi”, formatosi in seno alla scuola di Benedetto Antelami, per poi elaborare uno stile personale, in particolare nella grande attenzione realistica alla resa dei dettagli. Come vediamo appunto nel mese di settembre, impersonato da un contadino intento nella vendemmia: indossa una cuffia per proteggere i capelli dalla caduta dell’uva non matura, la veste è annodata attorno alla coscia in previsione della pigiatura. Di risalto plastico sono il cesto di vimini e la mano destra, dove sono visibili le vene. L’atmosfera solenne è indice, da parte della cultura del tempo, di una grande valorizzazione attribuita al lavoro dei campi, visto non come maledizione divina, ma in chiave salvifica.
V. P.




