La forza dei messaggi con parole e gesti
Editoriali, In punta di spillo

Pubblicato il

22 Maggio 2024
Editoriale 

La forza dei messaggi con parole e gesti

Papa Francesco tra la gente

di Bruno Fasani

Per la seconda volta, in meno di un mese, papa Francesco ha fatto tappa in Veneto. L’ultima a Verona, qualche giorno fa. Mi ha detto una persona: “Quando l’ho visto davanti ai miei occhi, ero come ipnotizzata, come se non avessi più percezione di appartenere al mio corpo. Non scorderò mai più ciò che ho provato. Irripetibile”. Servirebbe l’esperto della psiche a spiegare il perché di simili reazioni emotive. Non basta dire che tutto avviene a causa dell’importanza del personaggio. Una sorta di suggestione nata dalla mitizzazione idolatrica del capo, come potrebbe succedere su una qualsiasi piazza Tienanmen, o a Pyongyang, nella Corea del Nord, piuttosto che alla Casa Bianca.

Penso che sia un altro il messaggio da cogliere e che andrebbe ripensato anche nella progettazione dei piani pastorali delle nostre comunità. Si dice che il vangelo sia nato lungo la strada. Gesù camminava e, prima ancora di parlare, incontrava. Erano sguardi, parole smorzate capaci di dire tenerezza, misericordia, silenzi pieni di ascolto, carezze, qualche volta lacrime. Era un incontro di cuori più che di parole. Ed era da questi incontri che si scioglievano i grumi, quelli che tengono prigioniero il cuore, per farvi entrare il messaggio capace di far morire l’uomo vecchio e fare posto a quello nuovo. La conversione, prima che dal cervello, comincia dal cuore.

Arturo Paoli, nella sua esperienza di deserto, sulle tracce di Carlo De Foucauld, parla della “misericordia crudele di Dio”. Non perché Gesù sia crudele, ma perché quanto più si approfondisce l’incontro con Lui, restando affascinati dal suo amore, tanto più si fa morire l’uomo vecchio, sia pure con fatiche, che a volte sembrano crudeli. Il papa passa e la gente risveglia la fede. Rinasce l’orgoglio di appartenere alla Chiesa. Si percepisce il fascino del bene e l’inganno delle parole vuote che popolano le nostre case. È la pastorale dell’incontro la grande sfida che aspetta laici, clero e religiosi. La sfida di cristiani che passano in mezzo agli altri, lasciando intorno la nostalgia di rivedersi ancora per stare insieme. Bisogna ammettere che, con eccesso di esasperazione gnostica, intellettuale, spesso abbiamo confinato il vangelo dentro scadenti omelie, trattati teologici e di morale, dentro catechesi che sanno di stantio e, qualche volta di rancido.

Passa il papa e ci ricorda l’importanza di essere cristiani che sanno stare insieme, parroci che sanno incontrare e ascoltare la loro gente, laici che parlano senza livore e con il sorriso di chi sa sminare i luoghi comuni dell’intolleranza del mondo. Gente dal profumo buono per altra gente abituata ad altri odori e, qualche volta, alla puzza. Il che non garantisce consenso automatico. Ce lo ha ricordato ancora una volta papa Francesco. Salutando la comunità cristiana, ha detto, come fa sempre: “Pregate per me”. Poi, con ironica malinconia: “Ma a favore, non contro”. La visita del papa a Verona mi ha visto privilegiato commentatore presso un’emittente televisiva. Sentire quelle parole è stato uno dei momenti per me emotivamente più inquietanti.

Dietro quelle parole, incartate nel sorriso disarmante e nei toni felpati della amabilità, ho visto l’abisso della solitudine dei profeti. La sofferenza di un Geremia del nostro tempo, libero però dai lamenti di autocommiserazione. Oppure la solitudine del Cristo, incompreso dai tanti e tradito dai troppi, anche tra i suoi. Una storia che si ripete e che, oggi come allora, sembra trovare il lenimento della consolazione solo nell’entusiasmo dei semplici. Quella gente umile, lontana dal potere e dalle sue astuzie, ma capace di rispondere con gioia quando passa il Signore, con le scarpe pesanti e il passo stanco di chi lo rappresenta sulla scena del mondo.

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