Memoria
Attualità, Mirandola
Pubblicato il Giugno 15, 2026

Memoria Festival, intervista a Giulio Zambon

Poeta, scrittore e insegnante di lettere, ospite all’undicesima edizione del Memoria Festival

di Miriam Esposito

“Parole affilate”. Questo il nome del primo libro che Giulio Zambon, poeta, scrittore e giovane insegnante di lettere, nonché influencer, ha presentato lo scorso 7 giugno durante il Memoria Festival a Mirandola. In questa occasione lo abbiamo intervistato su un tema che a lui è molto caro.

La poesia spesso, a causa dell’idea che si sviluppa a scuola durante lo studio della letteratura, sembra essere qualcosa di estraneo perché scritta in una lingua che nessuno parla più. Però, come sottolinea Zambon “la poesia parla della nostra vita e non è solo dei grandi poeti ma di tutti coloro che la ascoltano, leggono e fabbricano”. Tra i banchi di quella stessa scuola nasce la passione di Giulio Zambon. Qui conosce Francesco Petrarca, e rimane stupito da come riuscisse a descrivere perfettamente una sofferenza che lui stesso non sapeva spiegare a parole.

“Per me rapportarmi con i social è sempre stato un po’ come rapportarmi alla poesia”, così descrive Zambon la sua relazione altalenante con i nuovi media. Un legame che dà maggior significato alla poesia se non finisce con il divorarti. Qualche giorno prima del lockdown a causa del Covid, Zambon decide di abbandonare i social e distaccarsi completamente da tutti gli strumenti digitali. Quando, però, inizia a comprendere che il problema non erano i social ma il suo modo di relazionarsi con essi decide di riaffacciarsi a questo mondo. Stavolta con una consapevolezza diversa, ovvero, come afferma, “essere l’unico uditore di se stesso” per far sì che il suo modo di fare poesia rimanesse autentico.

Il libro non parla solo dei poeti che hanno fatto la storia della letteratura italiana, ma cerca di dare a chiunque gli strumenti adatti per approcciarsi e accedere ad essa con facilità e coinvolgimento. Il tutto, sottolinea, “trovando il modo di far scendere gli autori dal proprio piedistallo, rendendoli umani e specchio della nostra sofferenza”.

“I poeti hanno avuto sedici anni e come noi non venivano capiti. A me interessava ritornare lì dove i poeti erano incompresi e il dolore era vivo”, così Zambon definisce la linea guida che lo ha “trascinato” nella scrittura. Tuttavia lasciarsi trasportare dalle parole non sempre è sta-to semplice. Ciò che lo bloccava erano “la costante paura di non essere in grado di raccontare cosa fosse l’esperienza della scrittura e di trattare bene gli autori che mi stavano antipatici”. Zambon, infatti, afferma che “non siamo noi a fare la poesia ma è lei che fa noi portandoci dove vuole e lasciandoci quel qualcosa di nuovo che il solo sguardo del poeta non riesce a captare”.

“L’essenza della vera poesia si sperimenta quando meno te lo aspetti”, osserva l’autore, difatti “la poesia che ha a che fare con la verità non sempre risiede nelle raccolte più conosciute, molto spesso si cela in quei componimenti che abbiamo lasciato in un angolo”.

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