La bellezza dell’arte che parla al mondo il linguaggio di Dio
In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani
In un tempo nel quale sembra prevalere il male, sarebbe cosa buona risvegliare il senso del bello, della cultura e dell’arte in generale. Penso da sempre che l’opera di un vero artista, così come dei poeti e degli scrittori illuminati, possa essere considerata espressione dello Spirito creatore di Dio, che continua a parlarci nella complessità delle forme con cui si comunica al mondo. Attimi di contemplazione, quando le opere ti obbligano al silenzio, nello spazio dell’interiorità dove si mescolano i sentimenti con le emozioni e le impressioni con le riflessioni più profonde. La forza dell’arte sta tutta in questa capacità di risvegliare dal letargo quel soffio di Dio che è stato posto dentro ognuno di noi al momento in cui siamo venuti alla luce. Dostoevskij nel suo romanzo L’idiota scrive una delle sue frasi più celebri: “la bellezza salverà il mondo”.
Mi sono chiesto più volte a cosa si fosse ispirato quando scrisse questa verità, così lapidaria ma così profonda, da rasentare il mistero, come sempre sanno fare i giganti della letteratura, profeti di umanità. Si trattava della bellezza della donna di cui si innamora il principe malato, protagonista del romanzo? Così bella che solo a guardarla si rischia di morire, o c’era altro dietro la bellezza citata? La verità ci viene dal racconto di un suo viaggio in Occidente quando, con la moglie, visitò il museo di Basilea dove è custodito il famoso “Cristo morto”, dipinto da Hans Holbein il Giovane, nel 1521. È un Cristo che mette angoscia solo a guardarlo, nella crudezza dei tratti che raccontano la violenza subita. Colui che il Salmo 44 definisce “il più bello tra i figli degli uomini”, nel dipinto sembra realizzare piuttosto la profezia di Isaia, quando afferma che “non c’è in lui né bellezza che attiri lo sguardo, né bellezza che piaccia” (Is. 53, 2).
Le cronache del tempo ci raccontano che Dostoevskij fu sul punto di cadere in un attacco epilettico, o forse fu semplicemente quella che viene chiamata la sindrome di Stendhal, ossia quel fenomeno di alterazione psichica temporanea, con capogiri, tachicardia e allucinazioni, che possono arrivare davanti ad un’opera di singolare bellezza. In realtà, lo scrittore, in quella occasione potè rivivere, per un istante, quanto gli era accaduto negli anni giovanili quando, accusato di cospirazione politica, fu portato davanti al plotone d’esecuzione, prima che gli venisse concessa la grazia. Lui aveva sperimentato cosa si prova quando sei obbligato a guardare in faccia la morte.
Cosa avrà provato il Cristo, quello che aveva davanti sfigurato dalla violenza umana, prima di morire? E perché si era consegnato ai suoi carnefici, perdonando chi lo aveva mandato a morire sulla croce? La risposta era lapidaria nella sua profondità. È la bellezza dell’amore che ha reso possibile tutto questo, salvando il mondo. La stessa conclusione cui era arrivato Giotto quando, poco più che ventenne fu chiamato a dipingere la Basilica dedicata all’Alter Christus, ossia Francesco d’Assisi. Capì la forza dell’amore che aveva sprigionato quel piccolo gigante, vestito di sacco. Nei giorni scorsi papa Leone XIV ha detto che le guerre non si vincono con la potenza delle armi, ma con l’onnipotenza dell’amore. Chi vuol davvero bene al mondo, in un modo o nell’altro, dice sempre la stessa cosa.




