Le
In punta di spillo
Pubblicato il Aprile 24, 2026

Le lezioni della storia cui sarebbe importante prestare attenzione

In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani

Che cosa ha da dirci il Signore davanti agli scenari di guerra che stanno devastando il mondo? Probabilmente anche a noi cristiani interessa poco questa domanda, abituati come siamo a cercare le risposte nei pensieri corti proposti nei talk show del dopo cena o negli scontri dialettici dei politici in cerca di visibilità. Eppure una risposta non banale ci viene da un grande della Chiesa, Agostino, che da sedici secoli fa risuonare l’attualità delle sue opere.

Era l’agosto del 410 d.C. quando Alarico, re dei Visigoti, occupò e saccheggiò la città di Roma. La città eterna che per otto secoli era stata la capitale del mondo, orgogliosa, forte e invincibile, era caduta come un albero spazzato via dal vento. L’impressione fu enorme. Perfino san Girolamo, dalla Palestina, apprese la notizia con angoscia, tanto più che, a quel tempo, era convinzione diffusa che quando fosse caduta Roma quello sarebbe stato l’inizio della fine del mondo. Fu anche occasione per attaccare la religione cristiana che dopo l’editto di Tessalonica del 380 era diventata religione di Stato. Se per otto secoli le divinità pagane avevano protetto quell’impero, ecco cosa sapeva fare ora il nuovo Dio cristiano, si pensò allora. A dare risposta a tanti interrogativi e dubbi ci pensò il genio di Agostino, allora vescovo di Ippona. Scrisse, partendo da questi fatti, la sua opera più importante, il De Civitate Dei, di cui si conserva copia databile intorno al 420 d.C. nella Biblioteca Capitolare di Verona.

È al capitolo 14 che Agostino mette a fuoco il perché degli eventi che, nel bene e nel male, scandiscono la storia. “Due amori hanno costruito due città”, scrive. “L’amore di Dio fino al disprezzo di sé, la città di Dio. L’amore di sé, fino al disprezzo di Dio, la città degli uomini”. Agostino sa bene che la città è unica e indivisibile, così come unici sono i nostri paesi, le nostre famiglie, le nostre stesse persone. Ma è dentro questa unicità che crescono modi di sentire completamente opposti. Vivere secondo lo spirito del Vangelo, oppure secondo l’egoismo dei nostri individualismi. È da lì che poi si sprigiona il bene o il male che si riflette nella storia. Il vescovo di Ippona non vuol fare un discorso moralistico per distinguere buoni e cattivi, credenti e non credenti. Più acutamente si interroga su quali principi la società imposti il proprio orizzonte di vita. Quali siano oggi le caratteristiche della città degli uomini ce lo ricorda papa Leone XIV quando mette in guarda dai rapporti in cui prevale la legge del più forte, mentre si «trasforma il linguaggio in un’arma con la quale colpire e offendere gli avversari». E senza dimenticare il relativismo morale, dove tutto diventa ammissibile e possibile nel nome della libertà, fino a farlo diventare un assoluto, rimuovendo l’idea di bene e di verità.

«La guerra è tornata di moda», ha detto poi il papa, «infrangendo anche il principio stabilito dopo la Seconda Guerra mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui». «Si cerca la pace non in quanto dono e bene desiderabile in sé, ma mediante le armi quale condizione per affermare il proprio dominio». Esattamente ciò che pensava Agostino della città degli uomini e dei suoi effetti, per cui la caduta di Roma diventa un monito attualissimo su cui riflettere.

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