Loda il Signore, Gerusalemme
Commento al Vangelo di domenica 7 giugno
Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Commento
A cura di Rosalba Manes
Nella solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, l’autore del IV Vangelo ci fa entrare nel mistero del dono per eccellenza, cioè nel mistero del Cristo che si dona al punto da farsi cibo e bevanda per l’umanità di tutti i tempi. Divenendo nutrimento per noi, egli, in comunione con il Padre, desidera trasmetterci le sue stesse qualità. Nel discorso del capitolo 6, Gesù si presenta come pane, non come un pane qualunque però: egli è il pane della vita, un pane diverso quindi da quello che troviamo sulle nostre mense, perché «vivente», vitale e vivificante; è un pane la cui origine è il Cielo, cioè Dio, e che è disceso per giungere a noi; è un pane che non è fatto di grano ma della carne stessa di Cristo donata «per la vita del mondo». I Giudei che lo ascoltano si scandalizzano delle sue parole, come se facesse riferimento a qualche strana pratica antropofaga, ma egli insiste ribadendo che solo chi mangia la carne e beve il sangue del Figlio dell’uomo riceve la vita senza fine.
Come non è possibile stare al mondo senza mangiare e senza bere, così senza credere in Cristo è impossibile ricevere la vita eterna. Dopo aver insistito sulla necessità di nutrirsi, Gesù ricorda inoltre che il mangiare rappresenta un atto di comunione tra chi dà la vita e chi la riceve. Mangiare Cristo pertanto significa assimilarlo, cioè conformarsi a lui in tutto, vivere con lui, in lui e di lui. Quando poi s’instaura una relazione intima con qualcuno, la persona non vive più per se stessa, ma comincia a dare spazio all’altro, ad accoglierlo in sé e a lasciarsi accogliere. Parlando di «carne» e di «sangue» Gesù allude alla Croce, dove egli dona il suo corpo e versa il sangue del vero agnello pasquale che salva dalla morte. La carne di Gesù non è solo da mangiare (in greco phágo o esthío), ma anche da «masticare» (trógo) per poterla assimilare bene. Si tratta di metafore del credere che dicono che nell’eucaristia riceviamo davvero il Figlio di Dio Padre, riceviamo il dinamismo della sua vita filiale e veniamo divinizzati.
Poi Gesù accenna alla manna – dall’esclamazione degli Israeliti man hu’, «che cos’è?» alla vista di questa sostanza mai vista – che era solo una prefigurazione del pane vivente che Cristo dà e che Cristo è. Essa era una sostanza ricca di zuccheri e carboidrati dal «sapore di una focaccia con miele» (Es 16,31). Il brano di Nm 11,7-8 ci offre dettagli sulla consistenza, sul sapore e persino sulla cottura della manna: essa «era come il seme di coriandolo e aveva l’aspetto della resina odorosa. Il popolo andava attorno a raccoglierla, poi la riduceva in farina con la macina o la pestava nel mortaio, la faceva cuocere nelle pentole o ne faceva focacce; aveva il sapore di pasta cammino del deserto era un importante segno della premura di Dio e della sua assistenza. Ora però il Padre della vita non manda un nutrimento utile a “sopravvivere”, ma manda il Figlio suo perché con il suo corpo e il suo sangue, cioè con la sua vita donata, possa comunicare al mondo la vita divina, diversa dalla semplice sopravvivenza perché vita in pienezza, vita sovrabbondante. È questo cibo che salva l’umanità!
L’opera d’arte
Raffaello, Messa di Bolsena (1512), Musei Vaticani, Stanza di Eliodoro. L’istituzione della solennità del Corpus Domini si lega al miracolo di Bolsena, che vediamo raffigurato nell’affresco di Raffaello. Il pittore riuscì a superare brillantemente un ostacolo, la finestra che taglia la parte inferiore della parete, trasformandone l’apertura nella base per una scalinata e collocando la scena del principale su un palcoscenico rialzato. Al centro, all’altare, c’è il sacerdote Pietro da Praga, testimone del miracolo: mentre celebra la Messa, l’ostia consacrata che stringe tra le dita inizia a sanguinare, macchiando il corporale. E’ proteso in avanti, gli occhi sgranati, tra lo stupore e il senso di colpa per aver dubitato della reale presenza di Cristo nell’Eucaristia. Dietro e sotto di lui, la reazione di sorpresa e di concitazione dei chierici e dei fedeli. Sulla destra regna una calma solenne. Qui si trova Papa Giulio II, che commissionò l’affresco, inginocchiato: il suo volto è impassibile e concentrato nella preghiera, la sua fede pare incrollabile, come se non avesse bisogno di vedere il miracolo per credere. Dietro di lui i cardinali, ritratti con realismo, e più in basso, i membri della Guardia Svizzera.
V.P.




