Sacerdote scaccia sacerdote
Etica della vita, rubrica a cura di Gabriele Semprebon
In ospedale, il cappellano non è sempre ben visto…anzi. Il fantasma vessatorio d’ogni persona è la figura del prete, al proprio capezzale, come presagio di morte imminente. Ovviamente, ben altri sono i compiti di un cappellano ospedaliero, tanto meno quello di “chiamare” la morte, anche se con la morte ha comunque a che fare. Sarà per questo motivo o per altri, sta di fatto che, il particolare colletto bianco, a molti fa un effetto strano. Questi tali, però, non si accorgono che, spesso, un’altra figura ha sostituito il prete, un altro sacerdote, questa volta il sacerdote del sistema sanitario che s’impadronisce dell’uomo morente, strappandolo da un processo di morte certa e naturale, per farlo vivere un po’ di più nel regno dell’immortalità presunta, in una sorta di limbo che non esiste nemmeno più come categoria teologica. Il compito del sacerdote in ospedale è quello di accompagnare la persona in una delle fasi più dure della vita, cioè la malattia, che a volte può avere esiti mortali; un accompagnamento che vuole essere sereno, fraterno, che dia il senso a ciò che ognuno, nella profondità del suo essere, sta vivendo.
Il sacerdote cerca di essere discretamente presente in un momento che è della vita, che appartiene alla natura umana dell’essere vivente, che viene spesso procrastinato da cure e da interventi ma che poi si ripresenta ricordando all’uomo la sua precarietà; momento terribile, da alcuni atteso e invocato ma che comunque rimane uno dei tasselli più importanti del mosaico dell’esistenza terrena di ogni uomo. Questo tipo di sacerdote è spesso sostituito dal medico, pretenzioso sciamano che a volte vuol far allungare la vita ad ogni costo. Padrone della vita e della morte, diventa sazio solo quando con la propria scienza riesce a variare, anche solo di qualche momento, un naturale evolversi dell’esistenza di una persona. Occorre dare ad ognuno il suo spazio, ritornare ad avere un’umile visione della vita dove uomini, guidati dalla Fede e in scienza e coscienza, sollevano dal dolore e guariscono le malattie con la chiara consapevolezza che la vita ha un limite e questo limite comunica che c’è un diritto anche a morire. Dire “vita ad ogni costo” è pericoloso, perché il costo della vita, a volte, è più alto di quello della morte e quindi è sproporzionato. La proporzione giusta è accompagnare l’uomo nelle diverse fasi della vita, dando lo spazio necessario a chi la cura nel corpo e nello spirito, per un’azione efficace di cura della persona e non di un fanatismo assetato anche solo di un goccio di vita, traguardo non di maturità umana ma valido solo per il Guinness dei primati.




