Masafer Yatta, dove le case cadono all’alba
Cronaca di una terra che resiste tra grotte, ordini di demolizione e una serata a Carpi dedicata a chi non c'è più
Sono arrivati all’alba, come quasi sempre accade. Il 14 luglio scorso, nel villaggio di Deirat, a est di Yatta, i bulldozer dell’esercito israeliano hanno raso al suolo la casa di Osama Issa Masaaf: duecentotrenta metri quadrati che davano riparo a due famiglie, dodici persone in tutto. In poche ore, ciò che era stato costruito in anni è tornato a essere pietrisco e polvere sulle colline aride a sud di Hebron. Cinque giorni dopo, il 19 luglio, la scena si è ripetuta poco lontano: un’altra abitazione abbattuta, otto bambini tra chi la abitava. Era stata costruita nel 2016 con un permesso rilasciato dalle stesse autorità israeliane, e un ordine del tribunale la proteggeva. È stata demolita comunque.
Sono i volti dietro i numeri di Masafer Yatta, l’insieme di piccoli villaggi rurali palestinesi disseminati sulle colline meridionali della Cisgiordania, dove ancora oggi molte famiglie vivono nelle grotte naturali scavate nella roccia, tra greggi, cisterne d’acqua e uliveti. Qui la casa non è un dettaglio: è la prova stessa del diritto a restare.
Che cosa sta accadendo è presto detto. Da mesi la regione è teatro di una campagna sistematica di demolizioni. Dall’inizio del 2026, in tutta la Cisgiordania, Israele ha abbattuto oltre 449 tra abitazioni e strutture, costringendo più di 1.500 palestinesi — molti dei quali bambini — ad andarsene. Masafer Yatta è uno degli epicentri: ogni mese porta con sé nuovi ordini di sgombero per case, pozzi, ovili e persino luoghi di culto. A luglio i coloni hanno dato alle fiamme la moschea di al-Tuwani, gesto che le autorità palestinesi hanno definito «terrorismo a tutti gli effetti».
Dove tutto questo avviene ha un nome tecnico che pesa come una sentenza: Area C. Secondo gli Accordi di Oslo, questa porzione di Cisgiordania resta sotto pieno controllo civile e militare israeliano. Su Masafer Yatta grava inoltre la designazione a «zona di tiro 918», area destinata alle esercitazioni militari: è la motivazione giuridica con cui, nel maggio 2022, la Corte suprema israeliana ha dato via libera allo sgombero. Oggi nell’area resistono circa 1.144 palestinesi, di cui 569 bambini, con accesso sempre più limitato ad acqua, cibo, istruzione e cure.
Chi subisce non sono soltanto gli adulti. Un ordine di demolizione pende su una scuola elementare che accoglie circa 150 alunni: se eseguito, lascerebbe altrettanti bambini senza un’aula. Medici Senza Frontiere denuncia da tempo le conseguenze sanitarie di sgomberi e privazioni su una popolazione stremata. E c’è chi, in questa lotta nonviolenta, ha perso la vita: Awdah Hathaleen, 31 anni, insegnante di inglese e attivista del villaggio di Umm al-Khair, padre di tre figli, è stato ucciso da un colono il 28 luglio 2025, sotto gli occhi della sua comunità.
Quando questa terra lontana incrocia le nostre strade, lo fa anche grazie a chi va a vederla con i propri occhi e poi la racconta. È il caso del documentario «Under Demolition Order», film di Giuseppe Raia in collaborazione con il Collettivo Fx e prodotto da Cosimo Pederzoli, girato tra le colline a sud di Hebron per raccogliere le voci della resistenza nonviolenta. Il film è stato proiettato mercoledì 29 luglio, alle 21, presso la Parrocchia di Quartirolo, a Carpi, nell’ambito della Sagra, con la collaborazione di Mediterranea Saving Humans Carpi e della Bottega del Sole. Alla proiezione è seguito un dialogo con lo stesso Pederzoli, dell’Associazione Taboon, e un collegamento in diretta da Umm al-Khair. La serata è stata dedicata alla memoria di Awdah Hathaleen, a un anno esatto dalla sua morte.
Perché, allora, tutto questo continua? Chi vive sul posto non ha dubbi. «Il terrorismo dei coloni è pianificato lucidamente», ha dichiarato di recente Sami Huraini, giovane animatore del movimento nonviolento Youth of Sumud, in un’intervista pubblicata a fine luglio. Per gli abitanti la strategia è chiara: rendere la vita impossibile, casa dopo casa, pozzo dopo pozzo, finché non resti che andarsene. La parola araba sumud — «resistenza tenace», «radicamento» — è diventata il loro modo di rispondere.
Restano, per ora. Ricostruiscono le grotte, ripiantano gli ulivi, riportano i bambini a scuola finché c’è una scuola. Da Carpi, per una sera, qualcuno ha scelto di guardare quelle colline e di pronunciare il nome di Awdah. Ma la domanda che accompagna ogni alba a Masafer Yatta è sempre la stessa, e non ha ancora risposta: le nostre case saranno ancora in piedi domani?
Per approfondire:
Masafer Yatta, un laboratorio di pulizia etnica Rapporto 2025 Qui
Intervista agli attivisti dell’Associazione Taboon




