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18 Settembre 2026Il logaritmo del tempo
“Lo sportello di Notizie”: Guido Zaccarelli interviene su questioni inerenti il vivere quotidiano
Per secoli l’uomo ha usato la tecnologia per risparmiare tempo. Dall’aratro al computer, ogni innovazione ha ridotto tempi e fatica. Oggi l’intelligenza artificiale porta questa storia a un punto nuovo: non riduce soltanto il tempo necessario per produrre un risultato, ma comprime il tempo che separa una domanda dalla sua risposta. Per capire che cosa sta accadendo non servono formule. Basta immaginare tre epoche. Nel mondo analogico una domanda complessa poteva richiedere giorni. In quell’attesa, per l’uomo, c’era spazio per riflettere, confrontare opinioni, cambiare ipotesi, maturare una decisione. Con il digitale quel tempo si è ridotto. Informazioni e comunicazioni sono diventate quasi immediate. I giorni sono diventati ore, talvolta minuti.
Con l’intelligenza artificiale avviene un altro salto. Una richiesta può produrre in pochi secondi analisi, sintesi, confronti, scenari alternativi perfino proposte decisionali. È questa sequenza a raccontare la trasformazione che stiamo vivendo. Non stiamo semplicemente andando più veloci. Stiamo cambiando la scala con cui misuriamo il tempo dedicato alle risposte. Ed è qui che entra una parola che può sembrare difficile, ma che descrive un’idea semplice: logaritmo. Non occorre saperlo calcolare. Immaginiamo di voler rappresentare su un unico foglio un giorno, un minuto e un secondo. Con una scala normale, il secondo sarebbe quasi invisibile rispetto al giorno. La scala logaritmica permette invece di rendere leggibili nello stesso spazio tempi così diversi tra loro. Il passaggio dall’analogico al digitale e poi all’intelligenza artificiale non è quindi una normale accelerazione, ma una progressiva compressione del tempo. La questione, però, non riguarda soltanto la velocità delle macchine.
Riguarda soprattutto l’uomo. La tecnologia può ridurre drasticamente il tempo necessario per produrre una risposta, ma il cervello umano non accelera allo stesso modo. Per comprendere un’informazione, attribuirle un significato, confrontarla con altre, valutarne le conseguenze e infine decidere, l’uomo continua ad avere bisogno di tempo. Se un’analisi che ieri richiedeva tre giorni oggi arriva in trenta secondi, perché attendere tre giorni per decidere? Se cinque scenari possono essere prodotti in un minuto, perché limitarci a uno solo? Ogni riduzione del tempo tecnologico crea l’aspettativa che anche il tempo umano della decisione debba ridursi. Ma una risposta veloce non coincide necessariamente con una buona decisione. Nel mondo analogico il tempo di attesa funzionava anche come una pausa naturale. Con l’intelligenza artificiale questa pausa tende a scomparire. Il rischio allora cambia natura. Per molti anni il problema è stato avere abbastanza informazioni. Oggi potrebbe diventare riuscire a governarne troppe, tutte insieme. La memoria di lavoro, l’attenzione e la capacità di valutazione non crescono alla stessa velocità delle tecnologie. Il collo di bottiglia, quindi, rischia di non essere più la macchina, ma il decisore umano.
La contrazione del tempo della risposta diventa evidente se osservata su una scala logaritmica: giorni, ore, minuti e secondi appartengono a ordini di grandezza molto diversi. È proprio questa compressione a esercitare una pressione crescente sul tempo umano della decisione e, di conseguenza, sul carico cognitivo richiesto al decisore. Fino a che punto l’uomo potrà reggere questo sforzo senza compromettere la qualità della decisione? C’è poi il sovraccarico cognitivo. Se la quantità di informazioni aumenta mentre il tempo per comprenderle diminuisce, lo sforzo richiesto al cervello cresce. A rendere questo sovraccarico ancora più impegnativo c’è un ulteriore elemento: le risposte dell’intelligenza artificiale non sono verità garantite, ma risultati probabilistici che il decisore deve verificare, interpretare e valutare criticamente, aumentando ulteriormente lo sforzo cognitivo.
È in questa distanza crescente tra il tempo della tecnologia e il tempo dell’uomo che si colloca il vero interrogativo. Possiamo continuare a misurare il progresso soltanto attraverso velocità, produttività e automazione? Oppure dovremo iniziare a misurare anche la sostenibilità cognitiva dei processi decisionali? Un sistema capace di produrre cento analisi nel tempo in cui prima ne producevamo dieci è certamente più potente. Ma è davvero più efficace se chi deve decidere non riesce a governarle? Forse la sfida dell’intelligenza artificiale non sarà soltanto costruire sistemi sempre più rapidi, ma sistemi capaci di aggregare informazioni, stabilire priorità e lasciare all’uomo il tempo necessario per decidere. Perché la macchina può comprimere il tempo della risposta. Non è detto che possa comprimere allo stesso modo il tempo della comprensione.
La domanda, allora, non è soltanto quanto velocemente l’intelligenza artificiale possa rispondere. E fino a che punto possiamo ridurre il tempo della decisione prima che la velocità della macchina superi la capacità dell’uomo di mantenere qualità, controllo e responsabilità. Forse è proprio questo il cambiamento più profondo dell’era dell’intelligenza artificiale: giorni, minuti e secondi non raccontano più soltanto la velocità della tecnologia, ma il nuovo spazio entro cui l’uomo è chiamato a pensare e decidere. Il futuro comincia a prendere forma con umanoidi dotati di intelligenza artificiale, capaci di apprendere e trasferire conoscenze agli uomini con i quali condividono il tempo del lavoro e della decisione. Sarà questa la risposta alla riflessione che questo articolo ha voluto portare ai lettori?




