San Francesco, le tappe cruciali di un uomo fatto Vangelo
Chiesa

Pubblicato il

10 Settembre 2026

San Francesco, le tappe cruciali di un uomo fatto Vangelo

Lo studio degli Scritti unica strada per accostarsi a Francesco

di Brunetto Salvarani

Se gli Scritti di san Francesco non sono un’opera organica e sistematica, vi compaiono testi assai diversi per genere letterario (poesie, testi normativi, trattatelli, lettere e preghiere, con prevalenza del laudativo e dell’esortativo) e per stile, in maggioranza incerti per collocazione temporale, di portata frastagliata e per di più non frutto di un disegno complessivo coerente, è lecito domandarsi in che senso possa essere applicata al futuro santo l’etichetta di scrittore. Occorre ammettere che egli non coltivò alcuna ambizione letteraria, e che i componimenti a lui attribuiti non mostrano riferimenti a motivazioni poetiche o culturali, ma a un’esigenza profondamente esistenziale, all’invito a porsi alla sequela di Cristo, cui l’autore attribuisce il massimo rilievo. Inoltre, salvo che per tre testi autografi (la lauda Lodi di Dio altissimo , la Lettera e la Benedizione a frate Leone), si può immaginare che, sempre o quasi, egli non abbia scritto direttamente, ma dettato a qualche frate a lui vicino. Come leggiamo, ad esempio, nell’ incipit della famosa pagina sulla vera e perfetta letizia: “Un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse: ‘Frate Leone, scrivi’. Questi rispose: ‘Eccomi, sono pronto’.” O nel Testamento: “…l’Altissimo stesso mi rivelò che avrei dovuto vivere secondo la forma del santo Vangelo. E io in poche parole e semplicemente la feci scrivere …”. Lo scrivano, di solito, era frate Leone, spesso al suo fianco lungo le strade della penisola, ma non mancavano altri amanuensi, come per il Piccolo testamento, che fu steso, sotto dettatura del Nostro, da un frate Benedetto. La cosa, si badi, è legata tanto al dato ben noto esemplificato nella frequente autodefinizione di simplex (o ignorans) et idiota, ignorante e privo di cultura, quanto all’oggettiva complessità dell’operazione della scrittura con penna d’oca che, all’epoca, era riservata a figure professionalmente esperte e qualificate; e ancora, allo stato di prostrazione e di semicecità che, nell’ultima fase dell’esistenza, lo afflisse, rendendogli materialmente impossibile un’attività simile. In sintesi, è probabile che l’Assisiate dettasse in volgare, meglio conosciuto del latino, a un confratello segretario che aveva il compito di tradurlo: ne deriva un latino in genere ricco di italianismi ma anche diverso da testo a testo, a seconda della personale e più o meno ricca padronanza linguistica degli scrivani.

Nonostante la notevole varietà di registri e materiali e la loro occasionalità, gli Scritti sono caratterizzati da una certa unità di respiro, di linguaggio, ma soprattutto di contenuti. E da una costante semplicità espressiva, come Francesco stesso ammette, quasi una dichiarazione di poetica, nel Testamento : “come il Signore mi concesse di dire e di scrivere la Regola e queste parole in modo semplice e puro [simpliciter et pure], così comprendetele semplicemente e senza commento ”. U n criterio ermeneutico adottabile per l’intero corpus degli Scritti . Anzi, per lui la semplicità espressiva ed espositiva è una scelta di comunicazione relativa a valori ritenuti altrettanto semplici, essenziali, frutto dell’opzione di vivere secundum formam sancti Evangelii, vale a dire esito non di elaborazione intellettuale ma di conversione del cuore.

In realtà non si tratta di brani eterogenei: dietro a essi s’intravvede una personalità forte, che con mezzi poveri è in grado di evocare efficacemente le tappe cruciali dell’esistenza di un uomo che si è fatto vangelo. E se, con l’eccezione del Testamento, non ci forniscono specifici dati biografici sull’autore, essi sono interamente radicati nel suo vissuto e nella sua esperienza di fede, tanto da illustrarci adeguatamente la sua concezione di Dio, dell’umanità e del cammino cristiano. A una lettura superficiale appaiono quasi atemporali e astorici, non riportando indizi collegati alla Grande Storia del loro tempo, in cui peraltro sono radicati: da collocare per lo più dopo il 1223, Francesco vi si rilegge per proporsi come exemplum a tutti i suoi frati “che sono e che saranno”, come specifica nella Lettera a tutto l’Ordine . La vivace consapevolezza della loro importanza, tuttavia, emerge con chiarezza anche nella Lettera ai fedeli, nel cui prologo li definisce parole del Signore nostro Gesù Cristo e parole dello Spirito santo. Per questo, insiste sulla necessità della loro lettura e memorizzazione, talvolta invitando gli interlocutori a ricopiarli per farli conoscere il più possibile a un vasto pubblico.

Si badi: le mie considerazioni non sottintendono che i testi degli Scritti siano da considerare tutti dello stesso peso e valore. Mentre la critica si è ormai liberata dell’eccessiva preoccupazione di matrice positivistica di risalire alle ipsissima verba del Santo, ciò che emerge da una discussione ormai consolidata negli aspetti essenziali è che, a conti fatti, tali documenti rispecchiano senza dubbio il suo pensiero e i suoi insegnamenti, amalgamati nel clima culturale e spirituale di un’epoca, che egli fece suo. Senza mai dimenticare che Francesco è in primo luogo uomo d’azione, che non scorge nei testi (suoi o altrui) definizioni o programmi da assimilare intellettualmente, né dogmi religiosi in cui astrattamente credere: i suoi scritti sono la proclamazione attiva e gioiosa di una fede; il canto di chi si getta in un’impresa per creare un’umanità nuova; le tracce realistiche di un itinerario esistenziale.

Così, il punto fermo al riguardo è che ogni opera di recupero e restauro dei materiali presenti nelle biografie francescane va avviata usando in prima battuta, come filtro e pietra di paragone, gli Scritti: perché da essi derivano criteri e parametri per misurare, valutare e cogliere letture, interpretazioni e traduzioni più o meno deformanti con cui i suoi giorni e il suo progetto religioso sono stati visti, pensati, e ripresi da contemporanei e posteri. Questa, dunque, l’unica strada per accostarsi al Francesco sine glossa.

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