Sul
In punta di spillo
Pubblicato il Novembre 22, 2023

Sul mondo dei social il tramonto di valori per noi essenziali

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

 

Sono un fruitore di Facebook da lunga data. All’inizio mi sembrava interessante ed anche utile. Si comunicava con il mondo, si conoscevano luoghi, persone, situazioni nuove. Si provava pure il piacere narcisistico della notorietà. Il numero di chi chiedeva la tua amicizia, poi diventati follower, (e la parola, da sola, domanderebbe una seria riflessione per chiederci chi siano i nostri maestri di riferimento), raccontava la tua visibilità sociale. Poi però la luna di miele è finita presto e la frequentazione si è fatta sempre più rara. E non solo per il logorio dell’abitudine, che è la morte a morsi delle situazioni, anche le più belle. E non tanto perché altre concorrenze si affacciavano, proponendo il loro prodotto. Il feeling è terminato per più ragioni di fondo.

Comincerò dalla prima, la più innocua se volete. Questi siti social sono diventati delle grandi piazze commerciali, dove si vende di tutto e di più. Dei supermercati mediatici, dove non riesci più nemmeno a leggere una notizia, senza che un banner pubblicitario rubi le righe che stai scorrendo. Se poi lasci trapelare che sia di tuo interesse qualche prodotto, magari solo perché lo hai notato per curiosità, ci pensano i motori di ricerca, una volta capito cosa potresti desiderare, a bombardarti in maniera mirata per invogliarti agli acquisti. Non è un caso se oggi le vendite on line stanno seriamente diventando una spina nel anco al commercio sul territorio.

Una seconda ragione è il rischio della violenza verbale, una aggressività diffusa, usata per commentare fatti e persone. Non a caso si parla di leoni da tastiera, pronti a fare la guerra con le parole e con le offese, nascondendo la faccia dietro lo schermo di un Pc. Si tratta di un fenomeno da non sottovalutare, che toglie razionalità alla valutazione dei fatti, a favore di letture emotive e quasi sempre divisive. Basterebbe una analisi dei post sulla signora Meloni o su Elly Schlein per vedere rivivere i tempi dei guelfi e ghibellini.

C’è una terza causa, che reputo la più grave per la sua capacità di influenzare lo stile delle persone, soprattutto dei giovani. Ed è la perdita assoluta del senso del pudore. E non sto pensando alla spudoratezza di certo abbigliamento. Il pudore non è questione di stoffa, è piuttosto quel valore per cui siamo portati a custodire la nostra interiorità, stabilendo con un atto libero, di decidere a chi di far vedere il nostro mondo interiore. Sappiamo bene che solo in presenza dell’amore, quando è vero, si dovrebbero spalancare le porte dell’intimità. Un tempo si diceva che per evitare di mettere in piazza il nostro animo, ci veniva in soccorso la vergogna, parola che viene dal latino, vereor gognam, ossia temo la gogna, il giudizio impietoso della gente. Oggi la vergogna è considerata un complesso, da cui guarire e il pudore una mancanza di coraggio. Raccontarsi in pubblico con spudoratezza è diventato sinonimo di libertà e di schiettezza.

Basterà fare un giro sui notiziari di gossip presenti su Facebook, spesso messi in piedi per dare visibilità a trasmissioni in crisi di ascolto, per scoprire che il tale presentatore s’è dichiarato gay, che l’altro non disdegnerebbe farlo, che una lei è a andata con un’altra lei, insomma un carosello di intimità buttate in piazza come le castagne su una bancarella d’autunno. A prova che neppure l’intimità ci appartiene più. Anch’essa è diventata un bene pubblico e noi non siamo più padroni di noi stessi.

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