Ma
In punta di spillo
Pubblicato il Marzo 20, 2024

Ma siamo proprio sicuri che una foto taroccata sia il massimo della falsità?

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

I saggi proverbi ci hanno insegnato che non tutto è oro ciò che luccica. Ne deve aver avuto coscienza, a proprie spese, anche la bellissima Kate Middleton, principessa di Galles, futura regina d’Inghilterra, invidiata, imitata, irraggiungibile. Assente dalla scena da qualche tempo per motivi di salute (intervento all’addome il lapidario comunicato della Casa Reale, roba da donne, avrebbe detto mia madre), ha pensato bene, anzi malissimo, di pubblicare una fotografia di lei con i suoi bimbi, per andare incontro agli appetiti di chi, in assenza di sue notizie, avvertiva il pericolo mortale di anoressia mediatica. Insomma, in questo mondo, a tutto si poteva rinunciare ma non a lei. A rischio erano soprattutto i tabloid e i salotti televisivi sull’orlo della crisi di nervi. E così, lei o chi per lei, mosso a pietà come una nuova FAO a pro dei media, ha messo in circolazione una foto taroccata, che subito le agenzie internazionali hanno bocciato come un insulto alla verità, una sorta di eresia passibile di scomunica. Da giorni e giorni, tutti lì a indagare sulla posizione delle mani, delle braccia, sull’assenza dell’anello al dito… Che poi, per capire che si trattava di una foto datata, bastava guardare l’albero alle spalle dei soggetti ritratti, talmente carico di foglie, da far pensare che a Londra la primavera arrivi con qualche mese di anticipo.

E chissenefrega? aggiungo a questo punto. Se sono qui a ricordarlo è solo perché la vicenda mi offre il pretesto per parlare della diffusa tendenza al falso, che sta diventando cultura ampiamente condivisa. E non penso soltanto alle fake news, eufemismo all’inglese per tradurre il più prosaico “balle”. Viviamo dentro il falso, ormai istituzionalizzato, assunto come stile sociale e come prassi moralmente lecita. Sono false le notizie sulla salute di Putin, come le foto di Trump con immigrati di varie etnie, falsi sono molti articoli fatti con l’intelligenza artificiale (quattro secondi bastano per sfornarne uno) e altrettanti pezzi sull’economia, per influenzare i mercati e promettendo utili da capogiro.

Ma non siamo ancora ai vertici della falsità. Al primo posto metterei quella dei sentimenti che sta scalando i vertici di una ipotetica classifica. È difficile ammetterlo, ma il primo falso sono gli amici che oggi spopolano sulle varie piattaforme digitali. Amici di Facebook, Instagram, Linkedln… Amici cari su Whatsapp, cui confidare le nostre ansie, le cose più private, spesso senza mai averli incontrati, guardati in viso. Amori sbocciati da profili falsi, messi in piedi come acchiappamosche. I nostri migliori amici non sono più quelli che abbiamo selezionato nel tempo, attraverso la verifica dell’affinità, della lealtà e dell’onestà del rapporto. Oggi l’offerta di simili è diventata illimitata. “Non mi conosce”? mi chiede qualche persona che incontro per la prima volta. Il tempo di un attimo di imbarazzo per sentirmi dire: siamo amici su Facebook. Ed è su questo falso dei sentimenti, almeno così dovrebbero essere l’amore e l’amicizia, che oggi spartiamo i malumori e condividiamo le nostre gioie. Un tempo era la spalla o lo sguardo dell’amico, oggi è l’idea di un proprio simile mai visto prima ad occupare gli spazi dell’incontro tra esseri umani.

Nel bene e nel male. Perché anche l’odio è diventato virtuale, falso. Un tempo si detestava chi non sopportavi fisicamente. Era necessario che ti avesse fatto un torto, una ingiustizia. Oggi no. Basta molto meno. “Detesto don Fasani” scrive un signore su Facebook. “Sorride sempre. Ha 58 denti (sic!), sani belli bianchi. E pensare che io non ho neppure la dentiera”. Ognuno morde come può, evidentemente.

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