Intervista a Massimo Donati
CulturalMente, rubrica a cura di Francesco Natale
Massimo Donati, protagonista di questo nuovo appuntamento di CulturalMente, è tornato di recente in libreria con “La leggenda del bambino nella Valle Chiusa” (ed. Rizzoli, 2025), un libro alla scoperta del proprio posto nel mondo rivolto ai ragazzi, ma anche a chi si lascia affascinare dalla natura.
La vicenda che lei racconta ruota intorno alla montagna. Come mai questa scelta?
Nel mio romanzo “La leggenda del bambino nella Valle Chiusa”, la montagna è un luogo di arrivo, e prima ancora è una speranza di libertà, di miglioramento delle proprie condizioni di vita. Ed è per Sam, il giovane protagonista, il luogo dove si mette alla prova, dove diventa – attraverso la fatica, la sofferenza e prove di coraggio a cui sopravvive – adulto. Nei miei romanzi torna spesso il tema della montagna perché da un lato è una passione personale e la vita in alta quota è qualcosa che mi porto dietro dall’infanzia, dall’altro sono convinto che la montagna è metafora e, alle nostre latitudini, forse l’unico luogo concreto d’avventura, e La leggenda è innanzitutto un romanzo d’avventura. C’è inoltre un altro aspetto che dipinge il contesto narrativo, quello temporale. Il 1914 non è un anno felice per il mondo.
Ora ci sono molte guerre in atto. Pensa che la cultura sia un antidoto alla violenza?
Ne sono profondamente convinto. Non penso sia l’unico antidoto ma credo che sia fra i più efficaci. La violenza ha molteplici origini ma c’entrano di certo mancanza di consapevolezza e di empatia, impossibilità di sentire l’altro vicino. Non tutta la cultura, ma certamente quella che ci consente di avvicinarci alle emozioni e ai sentimenti degli esseri umani, quella sì, è un antidoto. Per questo la letteratura, nelle sue varie forme, è così importante: è la forma più potente che ha inventato l’uomo per lasciare traccia e indagare l’interiorità umana, attraverso la bellezza.
Cosa “muove” di più i suoi personaggi: la paura, la speranza o la curiosità?
Nel romanzo Sam, che racconta in prima persona, ce lo dice esplicitamente: la speranza. In particolare la speranza di suo padre Adél di sollevare la sua famiglia dalla condizione di miseria in cui versano, condizione che certamente peggiorerà con l’arrivo imminente della guerra. Lo fa soprattutto per il figlio, proprio per Sam, e questo dà al ragazzo un senso terribile da sostenere di responsabilità sul destino della sua famiglia. Quindi sì, la paura in parte c’entra, ma è meno importante. Nel corso del viaggio la paura balena molte volte, ma per loro non è mai il vero motore. Ovviamente il romanzo l’ho scritto in questi anni, io sto come tutti nella modernità, per questo motivo sebbene sia ambientato nel 1914, è chiaro che io parlo di guerra, migrazione, confronto e scontro con la natura, rapporti familiari complicati come un uomo del 2025 convinto che la forma del romanzo apra spazi di pensiero e di emozione che riguardano la vita di tutti. Oggi.
Lei è docente di fisica e scrittore. Cosa hanno in comune queste due professioni?
Ci sono molteplici connessioni fra le due professioni, ma è sufficiente notare che entrambi hanno a che fare costantemente con l’umano, con una materia sfuggente fatta di relazioni con persone reali, pensieri, sentimenti. Spesso mentre insegno devo cercare di coinvolgere e di emozionare un pubblico giovane e tante volte stanco, di far passare negli occhi e nella testa dei ragazzi e delle ragazze immagini, perché vedano e capiscano, perché riescano a immaginare e poi a comprendere. Se ci si riflette, è proprio uno sforzo da scrittori. In particolare La leggenda del bambino nella Valle chiusa, che è certamente un’avventura, forse un western, o forse un racconto biblico, lo deciderà il lettore dove collocarlo, è soprattutto un romanzo di formazione, e io come docente vivo costantemente in un mondo di giovani che stanno crescendo. È una delle cose più belle del mestiere di insegnante.




