Il lavoro e l’edificazione della pace. Con la guerra solo danno e inganno
di Luigi Lamma
Dal 25 aprile al 1° maggio la distanza è breve, non solo dal punto di vista temporale ma, soprattutto oggi nell’attuale contesto, anche per la forte connessione tra i valori che queste due ricorrenze evocano: pace, libertà, democrazia, dignità del lavoro. Il perdurare della guerra in Medio Oriente con le dirette conseguenze sull’economia globale, la recrudescenza dell’aggressione russa all’Ucraina che destabilizza l’Europa anche sul piano delle relazioni commerciali sono solo due, i più gravi, dei fattori che addensano nubi minacciose sul nostro sistema produttivo in ogni sua articolazione, dall’industria al commercio, dall’agricoltura ai servizi del welfare. L’impennata dei prezzi dei carburanti che tutti stiamo pagando è solo il primo campanello d’allarme.
Allora occorre davvero prendere consapevolezza che ci apprestiamo a celebrare un Primo Maggio di “guerra” e il messaggio dei Vescovi italiani ci invita “a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova…Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra”. Purtroppo, in queste condizioni è ovvio che si fatica a progettare e ad investire nell’ingegno umano e nello sviluppo delle imprese, si moltiplicano le crisi aziendali, si ferma il ciclo virtuoso delle assunzioni. Pensiamo alle situazioni del nostro territorio che anche su queste pagine abbiamo seguito e a cui il vescovo Erio ha espresso vicinanza invitando le comunità cristiane a farsi prossime. Ma, è molto amaro constatarlo, c’è anche chi festeggia: “molti si stanno di nuovo esercitando nel ‘mestiere della guerra’, coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche”.
Si apre qui un fronte di riflessione che coinvolge la coscienza individuale di chi opera in questi ambiti e la responsabilità d’impresa, a partire dal Vangelo e dalla dottrina sociale della chiesa. Invocare la pace ed educare ad una pace disarmata e disarmante significa anche intervenire “sulla normativa in materia di produzione delle armi, occorre vigliare affinché ‘la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi’”.
Il messaggio dei Vescovi si conclude con una citazione del vescovo Tonino Bello che rivolgendosi agli operai di aziende produttrici di armi disse: “Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita”. Sarebbe davvero un altro danno causato dalla guerra se il lavoro perdesse “la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura… il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno”. Buon 1° Maggio.




