La
Etica della vita
Pubblicato il Aprile 24, 2026

La parificazione dei ruoli

Etica della vita, una rubrica a cura di Gabriele Semprebon

La parificazione dei ruoli nei rapporti interpersonali ha delle ripercussioni anche nel rapporto medico/paziente, dove non si mantiene la giusta distanza e il corretto asse inclinato, il rapporto autentico con un professionista in carne ed ossa assume le stesse modalità scorrette che sussistono tra il malato e le consultazioni affannose con il dottor Google.

Perché tutto questo? Oggi vige la moda di chiamare ogni tipo di relazione con il nome di amicizia. Insegnanti che si fanno chiamare per nome, docenti ai quali i ragazzini possono dare del tu come anche all’adulto, ma questa modalità friendly è deleteria perché, caratterizzando in questo modo le relazioni tra adulti e bambini o giovani, si cancella l’autorevolezza dell’educatore, si cancella quella giusta distanza che ci deve essere in ogni rapporto educativo e non solo, anche di responsabilità e di comando, compresa l’autorevolezza del medico. L’autorevolezza è faticosa e va ribadita di continuo mentre questa decadente forma di pariteticità non richiede alcun sforzo.

Scrive il prof. Paolo Crepet nel suo libro “Elogio dell’amicizia”: “Il mio primo, vero maestro, il professor Terzian… aveva la cattedra di malattie nervose e mentali all’università di Verona… sedeva dietro una scrivania ingombra di scartoffie, cartelle cliniche, quotidiani e qualche posacenere colmo di cicche. Si occupava delle nostre vite di studenti, dei nostri progetti. Sapeva ascoltare ma a tempo. Dopo un po’ che uno di noi cercava di articolare un discorso sul proprio futuro sulla tesi, il professore tirava fuori dal taschino del gilet un orologio con una catenina d’argento e lo faceva roteare, arrotolando la catenina sull’indice e poi svolgendolo daccapo.

Questo gesto era accompagnato da un fischiettio leggero… voleva dire che si stava annoiando, o che le articolazioni del nostro pensiero si erano fatte sciocche e inconcludenti. Meglio alzarsi e lasciare a qualcun altro la sedia dietro la montagna di carta. Quell’uomo è stato fondamentale nella mia carriera. Mi è stato vicino in momenti difficili, era presente e distante, mai veramente amico… non ci siamo mai dati del tu, nemmeno anni dopo, quando ero ormai cresciuto e la mia identità professionale era già più abbozzata. Non ho mai sentito il bisogno di oltrepassare quella sottile linea che separa due uomini prima che diventino amici. Lui rimaneva per me il professore, la guida, e io avevo bisogno che lui rimanesse il mio maestro: gli amici avevano altri nomi, opinioni più o meno condivisibili e non li dovevo temere. Il suo giudizio invece sì, perché sapevo che non mi avrebbe mai condonato nulla: era semplicemente e terribilmente sincero. Perché il medico pietoso manda l’arto in cancrena”.

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