Il degrado sociale di chi approfitta dei preti seminando paura
In punta di spillo, rubrica a cura di Bruno Fasani
Verona, periferia Sud, quartiere Borgo Roma. Da nove anni vi opera come parroco don Andrea, un prete intelligente e illuminato. La zona è un luogo preciso, ma potrebbe essere una delle tante piazze d’Italia. Borgo Roma è quartiere a forte tasso di immigrazione e la mancanza di integrazione ha prodotto nel tempo anche effetti problematici sui ragazzi di quel territorio, con l’effetto di pericolose baby gang e non solo. E don Andrea, uomo carismatico, sempre lì a dialogare, a mettersi a disposizione, a incontrare, mediare, cercando di coinvolgere famiglie, istituzioni, Forze dell’Ordine… Chapeau.
Se oggi ne parliamo non è per colpevolizzare gli immigrati e tanto meno per identificare un quartiere come zona rossa, una specie di Bronx di casa nostra. Ormai il disagio è diffuso come un Covid sociale e nessuno può permettersi di sentirsi al sicuro da nessuna parte. Sbandati e tossici, in gran parte italiani, si spingono ormai anche dentro le cattedrali, arrivando a entrare nei confessionali per portarsi a casa il foraggio per la prima razione della giornata della loro tossicità. Tentare di gestire il tutto, nei toni della civiltà e del rispetto del-le persone, rischia il più delle volte di esporre il prete di turno a trovarsi in situazioni che rasentano il rischio della violenza fisica.
Non credo che a don Andrea manchi il coraggio, ma la storia deve essere diventata dura se, nei giorni scorsi, ha dovuto garantirsi la sicurezza fisica trincerandosi dentro l’auto. Il fatto è che la società è piena di disperati, che vivono di espedienti. Gente che ha perduto casa, lavoro, responsabilità sociale e dignità, conservando soltanto l’aggressività nei rapporti umani e la violenza come metodo di soluzione dei problemi.
Ribadisco che se oggi siamo qui a scriverne non per è portare alla luce un caso né tantomeno demonizzare un quartiere. È piuttosto la volontà di mettere insieme una riflessione che valga per tutti, perché ormai ovunque in Italia c’è qualche quartiere Borgo Roma che domanda cosa fare e come difendersi dai violenti. Le amministrazioni comunali fanno sapere che sono coscienti di quanto succede sul territorio.
Ma basta qualche controllo? È sufficiente allontanare da un luogo questi disperati, sapendo che nel giro di un attimo avranno già trovato una piazza alternativa dove esprimere la loro balordaggine? E come fare per disinnescare il detonatore del loro approccio violento ai preti e a chi frequenta la chiesa, giocando sul loro buon cuore, fino a indurli a una carità rassegnata pur di cavarsela da situazioni ritenute pericolose?
Non credo che la soluzione del problema sia la militarizzazione del territorio. La presenza delle Forze dell’Ordine può giocare da deterrente in alcune situazioni, ma il problema di queste persone, prima che all’esterno, si gioca dentro di loro. È nel loro caos psicologico, morale e sociale che bisogna combattere il virus, che li porta a fare quello che fanno. L’arresto degli spacciatori non può esaurirsi in un fermo di 24 ore, per ritrovarli il giorno dopo ancora sulla piazza a farsi beffe dei carabinieri. E le tossicodipendenze non possono essere considerate libere scelte. Si tratta di ammalati che vanno trattati come tali. Per il loro bene, prima di tutto. Per il bene di tutti, in seconda istanza.




